“Essere o non essere, è una questione davvero essenziale, è una domanda che solo gli esseri umani possono porsi.” Richard Schechner, Magnitudini della Performance, Bulzoni, Roma, 1999, p. 118. SALTUARIA E SOGGETTIVA PUBBLICAZIONE DI STUDI, RECENSIONI, OPINIONI, PENSIERI E SEGNALAZIONI TEATRALI
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martedì 26 febbraio 2008
MY ARM - HARMFUL DEVICES
Incredibile la forza della mente umana. Incredibile la sua volontà. Ed incredibile, curiosa ed affascinate la storia di un ragazzo che per quasi 30 anni decide di tenere il suo braccio sollevato. Inebriato e soddisfatto dal piacere di poter controllare il proprio corpo. Onanismo e masochismo, il godimento dell'automanipolazione e del dolore. Storia scenicamente fertile. Ma. Ci sono molti ma nello spettacolo dell'Accademia degli Artefatti. Il primo riguarda la scelta di chiamare il progetto artsitico Ab-Uso. Almeno che non si colga il termine nella sua accezione di "mal utilizzato" o "sovra-utilizzato", allora ne convengo che il video, i microfoni, le musiche, i rumori ed in generale tutti i dispositivi scenici sono in questo caso abusati. Il secondo ma riguarda il lavoro interpretativo, in cui la meta-teatralità sfilacciata e la quotidianità sforzata privano il protagonista, se pur credibile a tratti, se pur piacevole a momenti, della forza magnetica necessaria per "tenere la scena". Non che ci si annoi. No, la storia fila, corre ed il video sullo sfondo è in un dialogo ed in un'interazione interessanti con l'attore sul palco. Non ci si annoia ma spesso si perde il gusto. Si perde la magia, si perdono i mondi che vengono aperti e poi richiusi così, senza il tempo di esplorarli. Si usano meccanismi ed effetti che poi cadono in pochi secondi, che in un attimo vengono messi da parte e perdono efficacia. Ecco inizia qualcosa di affascinante; ecco tutto viene riportato con uno strappo alla dimensione colloquiale, casuale dell'inizio. Peccato di nuovo perchè bel racconto e bell'entusiamo, bella energia e originale soggetto. Ma. Regia contemporanea per regia contemporanea allora tanto valeva giocarsela che so magari sul vuoto, sul caso, sull'assenza. Su qualsiasi cosa che non fosse una telecamera a 1 metro da me che riprende delle cose, non caricate di senso, ad 1 metro da me e proiettate in uno schermo ad un metro da me. Come dire, ho tutto lì ma per forza devo costruirci su un'impalcatura complicatissima per ottenere il risultato di avere tutto lì. In parole povere.
sabato 16 febbraio 2008
VOGLIO SCENDERE
Immagino che molti lettori della Gazzetta vadano allo stadio, siano tifosi od almeno s’interessino di calcio. E’ a loro che desidero scrivere i miei pensieri in questo freddo pomeriggio di anticipo di campionato. Con rabbia e chiamando le cose con il loro nome. A loro voglio raccontare del mio viaggio in treno Milano-Parma, un’ora e quarantacinque minuti passati in un vagone nebbioso e devastato in compagnia di una fauna maschile nera e rossa, inconfondibilmente milanista ed insindacabilmente detestabile. Potrei buttarla sul divertente, descrivendo in modo ironico e sagace di come tossicchiavo di fianco ad un giovane coperto di croci celtiche che si faceva una canna abbozzandomi un mezzo sorriso ammiccante, o di come cortesemente declinavo l’invito di un ubriaco di mezza età, che aveva nelle vene sambuca molinari e qualche globulo rosso, ad alzarmi per inneggiare alla squadra ed a non so quale giocatore battendo le mani come facevo all’asilo. Potrei. Ma la questione è molto più seria ed ampia del mio rocambolesco viaggio in treno e voglia di ridere su questo non ne ho più. Non si tratta dei miei polmoni, delle mie orecchie, della mia tranquillità mentre viaggio (pagando). Si tratta di soldi, molti, si tratta di civiltà, nulla, di legalità, impossibile, e di politica, sporca. Così il ragionamento che vi porto, tifosi o ultrà o simpatizzanti, deve cominciare con il pensiero di Marco Travaglio, che ieri sera ospite del Teatro Due in due ore di limpido e geniale eloquio, ha più volte sottolineato come in Itala il livello di sopportazione, la soglia di accettazione di soprusi, angherie, illegalità e rifiuti solidi urbani si sia negli ultimi anni drasticamente abbassata. E’ vero. Infatti siamo costretti ad accettare che la città sia blindata una volta a settimana, a costi altissimi in termini di denaro pubblico e civiltà. La domanda è: perché io, in quanto cittadina, contribuente, passeggera, utente o quant’altro, devo non solo accettare ma persino finanziare questa situazione? Se io andando a teatro a Milano mi accendessi una sigaretta nel vagone credo che giustamente sarei multata. Se scendessi con altri diciamo 40 amici in centrale non credo che troverei dei pullman speciali per raggiungere il Piccolo, tanto meno offerti dallo stato. Non credo neanche che alcune strade sarebbero pedonalizzate per l’occasione. Non credo che potrei insultare le persone in stazione, gettare improperi contro razze, città, paesi, nazioni, professioni e altri attori. No. Non potrei, non posso. Allora, perché accade che, nell’ordine, una mandria di gente incivile fumi sul mio treno (io ho pagato, loro no), che una mandria di gente incivile arrivi allo stadio con un pullman privato (io salgo sull’autobus e pago, loro no), che una mandria di gente incivile devi il traffico di alcune importanti strade cittadine, che una mandria di gente incivile insulti il cinese a fianco a me, che una mandria di gente incivile demolisca il soffitto del treno, urlando che la moglie di Raciti è milionaria, quando è tragicamente vedova? PERCHE’ QUESTA MASSA ANIMALESCA, DEPRAVATA E COMPLETAMENTE PRIVA DI UNA MENTE PENSANTE E’ TUTELATA, SOVVENZIONATA, AGEVOLATA NELL’ESPRESSIONE ODIOSA DELLA PROPRIA IGNORANZA ED INCIVILTA’? PERCHE’ IN TUTTO QUESTO IN PIU’ DEVONO ESSERE SCHIACCIATI I MIEI DIRITTI E QUELLI DI TUTTI GLI ALTRI CITTADINI? PERCHE’ ALLO STADIO SUCCEDE DI TUTTO, SI DICE DI TUTTO, ENTRA DI TUTTO, MUOIONO LE PERSONE, IL SISTEMA E’ AL COLLASSO, LA CORRUZIONE DILAGA E NON C’E’ UN POLITICO CHE ABBIA IL CORAGGIO E LA CORENZA DI DIRE BASTA? PERCHE’, ANCORA PIU’ GRAVE, NON C’E’ UN CITTADINO CHE SI ALZI E DICA BASTA MENTRE VENGONO CALPESTATI I SUOI DIRITTI FONDAMENTALI, LE LEGGI FONDAMENTALI DEL VIVERE IN SOCIETA’ E QUELLE AMMINISTRATIVE, PENALI E PERSINO COSTITUZIONALI? Ecco io oggi sento che come cittadina devo fare qualcosa. Scrivere a voi e invitarvi a riflettere. La risposta alle domande che mi sono posta è banale. Tristemente banale come tutte le risposte cruciali in questo paese amaramente abbandonato alla sopportazione, alla rinuncia, all’indolenza. La risposta sono i soldi. I soldi delle grandi aziende che possiedono le squadre, i soldi dell’ex- e forse futuro (Dio non voglia) presidente del consiglio, ma anche di molti altri industriali italiani e non. I soldi ovviamente. E così quello che rimane a me ed ai poveracci che come me che salgono sui treni sereni e ne scendono imbufaliti, è gridare VOGLIO SCENDERE. Che è anche il nome del blog di Marco Travaglio, che dell’Italia purtroppo ha capito quasi tutto.
martedì 12 febbraio 2008
ARTEFATTI ARTIFICI MALEFICI MALEFATTE
Da quando dire cose sconnesse, senza un filo logico, sensa un senso, senza un orizzonte vago di significato è contemporaneo, illuminante, teatralmente interessante e importante? Da mai. Infatti non lo è. E i cinque pezzi facili di Martin Crimp scenicamente interpretati da Arcuri con gli attori dell'Accademia degli Artefatti sono un lampante e "luminoso" esempio di cosa un testo teatrale non riesca a fare pur volendolo, fortissimamente volendolo. E di come un attore, se pur bravo, possa farsi trascinare da un testo in una non interpretazione. Una lunga, interminabile, sequenza di tic e faccette. Non so voi, ma io quando sono in imbarazzo, perplessa, sconcertata o in attesa non scuoto la testa, mi gratto, mi muovo sulla sedia in continuazione. La non comunicazione, l'incomunicabilità sono terreno fertile se attraversano orizzonti inattesi, se portate al parossismo, al tragico o al comico, non se lasciatate macerare nelle ripetizione e nella sospensione. Uno spettacolo dove tutto rimane in luce, sempre, dove non si crea mai una zona d'ombra, di senso certo non di luogo, che potrebbe creare la fascinazione perseguita. Un spettacolo in cui quando c'è silenzio speri solo che uno dei 3 attori dica qualcosa e quando poi finalmente qualcuno attacca con la sua battutta speri solo che finisca presto e si ritorni al meritato silenzio. Peccato perchè la capacità interpretativa e la presenza di Arcuri e Croci avevano il loro fascino. Peccato perchè Angius aveva un bel ruolo tra i due. Peccato perchè i premi Ubu di solito sono abbastanza consistenti. Peccato.
venerdì 8 febbraio 2008
PIU' PORCI DELPORCO
Pirandello avrebbe, credo, amato l’allestimento del suo racconto e testo teatrale La Sagra del Signore della Nave, realizzato da Vincenzo Pirrotta, andato in scena al Teatro Due lo scorso novembre. Lo avrebbe amato per due motivi, gli stessi che hanno entusiasmato il pubblico in sala: perché spettacolo corale fatto d’individualità forti e carismatiche, e perché capace di creare una dimensione grottesca, onirica e primordiale che non tradisce ma anzi esalta il senso del testo. Ai piedi di una chiesa, più che altro una piramide azteca; in una piazzetta di paese nell’agrigentino, spazio sacro, tribale, totemico, decorato da ex-voto, feticci di stracci e corda; in un tempo indefinito, che ha dettagli novecenteschi, medioevali ed ancora primordiali; in una Sicilia in cui il dialetto è lingua, espressione intensa dello spirito del suo popolo…in tutto questo si muovono, cantano, danzano, dialogano i personaggi surreali diretti da Pirrotta. Triviali e clowneschi, sguaiatamente popolani, dandy o arricchiti, macellai, marinai, medici, avvocati e notai, allevatori, ciascuno a suo modo si confronta con domande elevate sulla natura animale e su quella umana, sul sacro e sul profano, sul valore dell’immolazione. Al centro, alternativamente, il maiale, vittima della scanna novembrina ed il Cristo, Signore della Nave, sacrificatosi anch’egli per pascere l’umanità tutta: il sacro e il profano che si sovrappongono, la bestialità e la natura animale dell’uomo che emergono con forza nella vita sociale, si scontrano e si ricompongono. Ed è così che in croce si trova inchiodato un suino squartato e scuoiato, ed è così che in processione su una lettiga viene portato un piatto di spaghetti al sugo, così che le litanie di preghiera vengono recitate intorno alla testa del porco. Di questo spettacolo colpisce la cura dei dettagli, la creazione densa e intensa di un immaginario, di uno spazio-tempo in cui tutto, dai costumi eccezionali, alle musiche dal vivo vincitrici degli Olimpici del Teatro 2006, alle scenografie ed alle prove attoriche di valore, contribuisce con coerenza ed efficacia e generare quel senso di eccesso, esasperazione, amplificazione, “effervescenza sociale” a cui i sopiti sensi contemporanei non sono più molto abituati ad assistere, per lo meno dal vivo. Visioni e personaggi che sono opere di Botero, che sono scene di antica Commedia dell’Arte, che sono composizioni di Bosch, maschere apotropaiche fenice, danze tradizionali…scene di una tribalità che assumma qualunque archetipo accumulabile, intorno a un Cristo “Che più Cristo di così non lo si poteva fare”. Di questo testo, purtroppo raramente frequentato, colpisce e affascina l’incredibile capacità di sollevare questioni e domande di portata millenaria ed universale, senza mai esplicitarle e tradirle con banale moralizzazione. Dalla discussione sulla superiorità dell’uomo sul maiale, sul proprium umano e su quello animale, Pirandello porta la riflessione a toccare temi come l’opulenza della società borghese, la bestialità umana davanti ai propri bisogni primari, la distinzione a volte labile tra sacro e profano (diade, secondo Durckheim, all’origine del concetto stesso di religione), il senso e il ruolo universali del capro espiatorio e della vittima sacrificale (cardine delle società e necessario momento di violenza espressa, secondo Renè Girard).
Una vera “lezione d’umanità” a noi “tutti più porci dei porci”, in cui s’apprendono e si riconosco i limiti della nostra specie “imbestiata”, godendone a tratti, più spesso vergognandosene. Si esce dalla sala almeno sollevati dalla consapevolezza che ci sia fra noi qualcuno capace d’arte, d’intelligenza e in grado di riconoscere e mostrarci i falsi dei a cui incoscienti ci prostriamo.
Una vera “lezione d’umanità” a noi “tutti più porci dei porci”, in cui s’apprendono e si riconosco i limiti della nostra specie “imbestiata”, godendone a tratti, più spesso vergognandosene. Si esce dalla sala almeno sollevati dalla consapevolezza che ci sia fra noi qualcuno capace d’arte, d’intelligenza e in grado di riconoscere e mostrarci i falsi dei a cui incoscienti ci prostriamo.
LEGITTIMA DIFESA
Al Teatro Due Fausto Paravidino porta la sua piece sui fatti di Genova 01.
A Genova 01 io non ci sono stata, Paravidino neanche; vi ho assistito però, e lui era in scena, lo scorso febbraio in un’anteprima al Teatro Due, mentre in contemporanea nell’altra sala Pirandello velava di nero la Verità, inconoscibile. Lo spettacolo replicherà per il pubblico dall’1 all’11 marzo, sempre al Teatro Due. Genova 01 è come Così è (se vi pare) un testo sulla Verità, e sulla sua natura, scritto 4 anni fa da Fausto Paravidino (che oggi oltre a recitarvi ne firma anche la direzione), commissionatogli dal Royal Court di Londra e nel tempo modificato di poco, solo aggiornato secondo le novità processuali ormai archiviate. Genova 01 è uno spettacolo su dei fatti, tragici ma dei fatti, su di un evento reale e recente: il G8 svoltosi a Genova nel 2001 e gli accadimenti contestuali di Piazza Alimonda, della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, con i loro numeri, le loro cronache, fotografate, testimoniate, filmate, verbalizzate. Non c’è possibilità di rappresentazione di un evento che fu in sé una rappresentazione, afferma Paravidino, e così la struttura drammatugica, articolata in 4 atti ed un prologo, secondo i canoni classici della tragedia e secondo la scansione temporale degli avvenimenti di Genova, accoglie un’azione prosciugata da qualunque possibile mimesi, trascinante grazie alla sola forza dello sconcerto. Le parole, quasi una raccolta di Ansa, brevi, taglienti, precise, lucide e assolutamente inoppugnabili, sono dette non recitate da attori che non interpretano personaggi ma che si fanno solo tramite, voce e corpo neutro. La scena è scarna, riempita dal potere evocativo del testo; da musiche a volta farsesche a volte intensamente sacrali; da pochi e significativi oggetti che caratterizzano immediatamente chi li porta, li indossa, li brandisce; da un filo di panni stesi, la biancheria dei genovesi messa ad asciugare in aperta contestazione con le direttive che durante quella giornata volevano Genova un luogo di impeccabile arte, ordine, pulizia. L’unico spazio estetico, poetico, è conservato nella sintesi operata sull’enorme mole di materiale di documentazione utilizzato, nella condensazione efficace di informazioni ed immagini (mentali non sceniche). Un teatro civile coraggioso ed emozionante, un teatro epico brechtiano e documentaristico che lascia ed anzi impone al pubblico la consapevolezza, la certezza, che tutto accadde, che nulla fu per finta. “Lo stupore si trasforma in indignazione, l’indignazione in sofferenza, la sofferenza in esigenza di comunicazione, di rappresentazione, di testimonianza” dice Paravidino. Il tono dell’indignazione e della sofferenza emerge spesso, ma la tensione è a tratti alleviata da un’ironia amara, da una critica e da un sarcasmo che portano alla luce lo stupore per le contraddizioni, i paradossi, le evidenti storture dei sistemi giudiziario e politico italiani e soprattutto delle forze armate. Ad ogni spettacolo segue un incontro con i protagonisti degli avvenimenti e della scena politica e mediatica legati a quei fatti a vario titolo e in vario modo; un momento integrante, partecipativo e necessario al precedente scenico, entrambi tesi a scandagliare dei perché diversi dalla ufficiale legittima difesa.
A Genova 01 io non ci sono stata, Paravidino neanche; vi ho assistito però, e lui era in scena, lo scorso febbraio in un’anteprima al Teatro Due, mentre in contemporanea nell’altra sala Pirandello velava di nero la Verità, inconoscibile. Lo spettacolo replicherà per il pubblico dall’1 all’11 marzo, sempre al Teatro Due. Genova 01 è come Così è (se vi pare) un testo sulla Verità, e sulla sua natura, scritto 4 anni fa da Fausto Paravidino (che oggi oltre a recitarvi ne firma anche la direzione), commissionatogli dal Royal Court di Londra e nel tempo modificato di poco, solo aggiornato secondo le novità processuali ormai archiviate. Genova 01 è uno spettacolo su dei fatti, tragici ma dei fatti, su di un evento reale e recente: il G8 svoltosi a Genova nel 2001 e gli accadimenti contestuali di Piazza Alimonda, della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, con i loro numeri, le loro cronache, fotografate, testimoniate, filmate, verbalizzate. Non c’è possibilità di rappresentazione di un evento che fu in sé una rappresentazione, afferma Paravidino, e così la struttura drammatugica, articolata in 4 atti ed un prologo, secondo i canoni classici della tragedia e secondo la scansione temporale degli avvenimenti di Genova, accoglie un’azione prosciugata da qualunque possibile mimesi, trascinante grazie alla sola forza dello sconcerto. Le parole, quasi una raccolta di Ansa, brevi, taglienti, precise, lucide e assolutamente inoppugnabili, sono dette non recitate da attori che non interpretano personaggi ma che si fanno solo tramite, voce e corpo neutro. La scena è scarna, riempita dal potere evocativo del testo; da musiche a volta farsesche a volte intensamente sacrali; da pochi e significativi oggetti che caratterizzano immediatamente chi li porta, li indossa, li brandisce; da un filo di panni stesi, la biancheria dei genovesi messa ad asciugare in aperta contestazione con le direttive che durante quella giornata volevano Genova un luogo di impeccabile arte, ordine, pulizia. L’unico spazio estetico, poetico, è conservato nella sintesi operata sull’enorme mole di materiale di documentazione utilizzato, nella condensazione efficace di informazioni ed immagini (mentali non sceniche). Un teatro civile coraggioso ed emozionante, un teatro epico brechtiano e documentaristico che lascia ed anzi impone al pubblico la consapevolezza, la certezza, che tutto accadde, che nulla fu per finta. “Lo stupore si trasforma in indignazione, l’indignazione in sofferenza, la sofferenza in esigenza di comunicazione, di rappresentazione, di testimonianza” dice Paravidino. Il tono dell’indignazione e della sofferenza emerge spesso, ma la tensione è a tratti alleviata da un’ironia amara, da una critica e da un sarcasmo che portano alla luce lo stupore per le contraddizioni, i paradossi, le evidenti storture dei sistemi giudiziario e politico italiani e soprattutto delle forze armate. Ad ogni spettacolo segue un incontro con i protagonisti degli avvenimenti e della scena politica e mediatica legati a quei fatti a vario titolo e in vario modo; un momento integrante, partecipativo e necessario al precedente scenico, entrambi tesi a scandagliare dei perché diversi dalla ufficiale legittima difesa.
Distorsioni molieriane
Il genio di Moliere non ha tempo: le sue verità sull’uomo e le sue trovate comiche sono rimaste dopo 400 anni cristalline e intatte; secoli di rappresentazioni hanno portato in scena ancora ed ancora i suoi personaggi e le sue situazioni con slanci e dimensioni inaspettati. La regia che Arturo Cirillo firma de Le Intellettuli, sulla brillante riscrittura di Cesare Garboli, vista lo scorso 17 aprile al Teatro Ariosto di Reggio Emilia, è più che una conferma del genio molieriano: ne è un’esaltazione ed insieme un quasi superamento. Specchio dei tempi, passati e presenti, che rimanda un’immagine grottesca ma terribilmente reale (altrimenti non se ne riderebbe così) dei modi affettati e pretenziosi di certi salotti intelligenti e coltivati, in cui un “comunque” può divenire chiave di volta poetica nel nulla e nella miseria intellettuali che lo circondano. Perché “la cultura è l’humus dove fioriscono gli idioti”. Ed a corte (leggi governo, leggi sistema politico) l’idiozia e la stupidità sono decisamente benviste e benvolute; l’ignoranza è perentoriamente interesse di stato. Poco è cambiato, se non nei mezzi. La scena si presenta lucida e contornata da specchi deformanti, o riflettenti una realtà deformata, a terra in corso d’opera si accumulano sputi e residui; qui i personaggi ed i loro straordinari interpreti, tutti bravissimi e tutti intonati, si muovono addobbati di enormi e buffe parrucche, ampi e farseschi abiti, di gesti energici, precisi ed enfatici. La trama è “semplice” e pretestuosa: la schermaglia amorosa, il contrasto tra uomo e donna, donna e società, tra anima e corpo, tra elevazione spirituale e soddisfazione carnale, tra amore ed interesse, tra profondità intellettuale e pura attitudine intellettualoide. Il risultato però è complesso. Gustosamente complesso; con quel sapore ironico, sguaiato, verace molto partenopeo tipico del regista e della sua compagnia. Dalla servetta che con energia riscatta le sue inattitudini linguistiche alla zia/o mitomane, dal marito pusillanime al corteggiatore-poeta impostore, dalla sorella colta a quella da marito, dalla madre despota e letterata al pretendente di buon cuore…tutti concertano, dialogano e monologano con una recitazione sopra le righe ma mai fuori dalle righe, con dei modi paradossali ma mai assurdi, con un dosaggio preciso di elementi farseschi e momenti seri, con dei tempi e ritmi comici quasi geometrici. Di teatro di testo, di parola, classico e narrativo se ne andrebbe a vedere molto di più, e non ci sarebbe bisogno di artifici scenici d’effetto, di laser, schermi, rumori assordanti, di una ricerca e di una sperimentazione ossessive e inoffensive se ci fossero più possibilità di assistere a spettacoli come questo. Peccato solo per uno dei versi: “Le donne di oggi vogliono addirittura scrivere!”
L’AMORE BUONO DEI RAGAZZI DI NAIROBI, DI BALIANI, DI AMREF E DEL TEATRO DELLE BRICIOLE
“Quando la povertà entra dalla porta, l’amore scappa dalla finestra”. Questa scritta compare su una parete di mattoni di una casupola di Nairobi. A raccontarlo è Marco Baliani, regista ed attore italiano, a recitarlo è un giovane africano di Nairobi. E’ la verità. E’ vero che esiste questa scritta, è vero che nella miseria non c’è spazio per nessun sentimento. Ci ricorda che ci sono luoghi nel mondo in cui la vita è completamente un’altra cosa. Luoghi in cui l’Amore è un’altra cosa, in cui il Teatro è un’altra cosa. Nella baraccopoli di Nairobi il Teatro è sollievo, salvezza, è una casa ed una famiglia, una speranza e un mezzo di comunicazione e solidarietà; ma è anche divertimento, socializzazione, espressione e incontro, esattamente come qui da noi. Nella baraccopoli di Nairobi c’è Amore e amore, c’è un Amore Buono e tragicamente uno cattivo: c’è un amore buono protetto, che non uccide, fatto con desiderio, rispetto e Tempo, ma che scappa dalla finestra... E c’è un amore cattivo, che priva delle difese immunitarie, della vita, che è violenza, fretta, prepotenza e portato dalla miseria entra in tutte le case. Anche da noi però quello stesso amore cattivo, se pur con numeri meno elevati, affligge numerosi sieropositivi.
L’Amore Buono – Una Ballata ai Tempi dell’Aids ha girato l’Italia in tour per tutto il mese di dicembre 2006: è uno spettacolo che parla di tutto questo, della vita a Nairobi, degli amori da proteggere, del teatro in una baraccopoli, anch’esso da proteggere, della tragedia della strada per migliaia di ragazzi africani, della speranza possibile per tutti i sieropositivi d’Africa (il 70 % del totale), e del mondo intero. Gli attori, danzatori, cantanti e i creatori del progetto sono ragazzi che vivono quotidianamente contornati dall’amore cattivo, che ne sono vittime direttamente od indirettamente; sono ragazzi che hanno trovato nel teatro, in Marco Baliani e nel progetto di AMREF Italia nella capitale keniota (Sconfiggere l’AIDS con il Teatro), una possibilità di salvezza ed accoglienza. Insieme al Teatro delle Briciole, con la straordinaria partecipazione di Paolo Fresu, musicista italiano di fama mondiale, di Mirto Baliani, anch’egli musicista e autore delle basi musicali dello spettacolo, e di Sonia Peana, violinista che nello spettacolo interpreta le sonorità rap e hip hop con uno strumento del 1803, Baliani ha costruito uno spettacolo con i ragazzi di strada che parli prima di tutto ai ragazzi di strada, che racconti a tutti l’Africa, le sue piaghe, che sono anche le nostre. “Penso che debba essere uno spettacolo per altri ragazzi come loro – ha detto Baliani - per tutti i giovani, perché l'Aids non è un problema che riguarda solo l'Africa. Il messaggio è che l'Aids non è una colpa ma una malattia, e come tale può essere curata e prevenuta”. Lo spettacolo ha debuttato a Roma il 1 dicembre al Teatro Vascello nell’ambito della Giornata Mondiale della lotta all’Aids, ed ha poi proseguito in altre città italiane, Genova, Parma, Prato, Fiorenzuola, Alcamo. Tutti i fondi raccolti sono stati destinati a sostenere i progetti per l’infanzia di AMREF.
Questo straordinario percorso ha portato gli artisti e i ragazzi coinvolti alla realizzazione di uno spettacolo dai toni grotteschi, a volte tragici a volte ironici, con un linguaggio divertito e divertente ma serio, che tratta temi delicati senza ipocrisie. La prevenzione, l’uso dei preservativi, la violenza e la discriminazione sessuale, la sieropositività, le lobbies farmaceutiche che impediscono un’adeguata distribuzione di farmaci anti-Hiv. La conoscenza di questi problemi e dei modi per prevenirli ha trovato nel teatro uno strumento di diffusione formidabile, per la forza delle immagini e di un linguaggio diretto e creativo. Lo spettacolo deve essere pensato soprattutto nel contesto africano. La versione per le scene italiane pur mantenendo la lingua originale, inglese e swaili con sovrattitoli, ha un finale e qualche scene differenti, perché differente è il pubblico a cui si rivolge. Su un palcoscenico africano è forse la prima volta che si vedono delle giovani donne, ragazzine nei canoni di crescita europei, che spiegano al pubblico come indossare un condom, i suoi benefici, la sua necessità. E’ la prima volta che una ragazza scende dal palco, ti racconta la sua storia tragica di morte e sofferenza legata al virus dell’HIV e ti regala infine un profilattico invitandoti ad usarlo alla prima occasione. Questo fanno le giovani attrici dell’Amore Buono: sfidano le ipocrisie, le ignoranze, i falsi miti e le perverse relazioni maschio-femmina da cui sono contornate. Sì, perché se lui estrae un profilattico allora significa che è infetto…se lo estrae lei allora è certamente una prostituta…sai che se fai l’amore con una vergine il virus ti abbandona? Sai che se spruzzi del limone sul pene dopo l’eiaculazione non contrai il virus? E’ contro queste dicerie, contro la fretta, l’incuranza, la rapina, la violenza che questi ragazzi combattono.
Il dramma dell’aids in Africa è la morte degli infetti, la solitudine dei parenti, dei figli, è il dramma e l’aridità di una società senza “cinghia di trasmissione”, senza anziani, senza saggezza, senza nessuno che raggiunga, sano, l’età dell’esperienza, che possa trasmettere tradizioni e saperi. Il percorso artistico ha aiutato i ragazzi a riscoprire un’infanzia negata, a vivere in una nuova famiglia, col sostegno materiale e psicologico degli esperti di AMREF, ad acquisire consapevolezza. Marco Baliani ha scritto un libro sull’esperienza dal titolo L’amore fra i ragazzi di strada di Nairobi in cui racconta il progetto teatrale, esplorando con sincerità e verità l’universo amoroso degli slum, la presenza e il terrore dell’Aids. Dalle pagine risuonano le voci di questi ragazzi e ragazze, ma il libro è anche un viaggio in un’Africa sconosciuta, bella e terribile, di un padre con suo figlio (Mirto): nel nord dell’Uganda tra i bambini soldato, nel sud del Sudan, dentro la Rift Valley. Il libro è pubblicato da Rizzoli, che di Baliani ha edito anche Corpo di Stato. Il delitto Moro (2003), Nel regno di Acilia (2004) e Pinocchio nero (2005), la cronaca del primo spettacolo realizzato con i ragazzi di strada di Nairobi. Proprio il successo europeo del meraviglioso Pinocchio Nero, in tour da due anni, ha dato ulteriore spinta e possibilità di diffusione del progetto sull’aids.
Al momento anche Letizia Quintavalla e Maria Maglietta sono impegnate in Africa con Amref in due nuovi progetti teatrali. Donne e Diritti è seguito da Letizia Quintavalla, che con un gruppo di bambine e adolescenti africane dal giugno scorso lavora al loro recupero ed alla loro espressione artistica. Lo si pensa incentrato sul canto ed i canoni della cultura musicale europea, mentre la drammaturgia dovrebbe essere il frutto della collaborazione con autori kenioti. Le ragazze coinvolte vivono situazioni drammatiche, in un ambiente dove la violenza sessuale è la normalità, dove la condizione della donna è segnata da assoluta mancanza di diritti. Dar voce all’immaginario nero è invece il viaggio nella fiaba africana di Maria Maglietta. L’obiettivo è restituire al pubblico ed all’Africa un pezzo del suo ricchissimo patrimonio narrativo spesso sconosciuto. Centrale sarà l’uso di maschere, di segni e del linguaggio della danza, con la partecipazione al workshop del danzatore di contact Piero Leccese.
La scelta di tutti questi artisti è certo ammirevole. Ma il punto come sempre in questi casi non è la lode, l’apologia, la santificazione. Il punto è capire lo scambio, i motivi professionali ed umani. In un incontro all’Università di Parma in occasione della replica al Teatro al Parco, Marco Baliani ha parlato del perché. Perché un attore e regista affermato decida o senta di dover lasciare tutto e di portarsi in Africa? La risposta può sembrare scontata ma il coraggio di ammetterla non lo è per nulla: nella miseria totale Baliani racconta di aver trovato il contatto con la sua arte, la necessità, l’importanza della sua professionalità artistica, il motivo del suo lavoro. Il Teatro povero in Italia, e in generale in occidente, è sempre stato e sempre rimarrà un teatro ideologico, perché povero un po’ per necessità ma soprattutto un po’ per scelta, in contrasto ad un altro settore di teatro, ricco e borghesemente felice di esserlo. In Africa il teatro è povero e basta. E’ povero perché non c’è altra alcuna, minima possibilità che esista un teatro diverso, per ora. E quando togli tutta la sovrastruttura, lavori sul nucleo, sui fondamenti della tua arte: ne riscopri il bisogno, quello che ne hai tu e quello che ne hanno gli altri e ti rendi capace, con fatica volontà e soddisfazione, di rispondere ad entrambi.
Il prossimo appuntamento con i ragazzi dell’Amore Buono sarà a Nairobi in gennaio: al Social Forum del 2007 porteranno il loro teatro, le loro esperienze e testimonianze. Con la speranza che la necessità del teatro sia una risposta per altri ragazzi come loro.
L’onlus AMREF è nata nel 1957 come una piccola fondazione con base a Nairobi, trasformandosi nel tempo in un’organizzazione di carattere internazionale, un fondamentale punto di riferimento per la salute e lo sviluppo dell’Africa Orientale. Lo staff è composto al 95% da professionisti africani, medici, esperti sanitari, educatori, formatori, assistenti sociali e ingegneri, che lavorano a stretto contatto con le comunità beneficiarie dei progetti. L’impegno contro l’Aids è presente in tutti i progetti, con programmi di educazione sanitaria e prevenzione, test dell’HIV nelle baraccopoli, operatori sociali per aiutare i sieropositivi discriminati dalla società. Dal 1998 è attivo il centro AMREF di Dagoretti, nei sobborghi di Nairobi, per l’accoglienza e il recupero dei ragazzi di strada. I laboratori teatrali sono uno dei tanti strumenti utilizzati dagli operatori sociali per il reinserimento dei ragazzi nella società. I soldi raccolti con la produzione teatrale saranno finanziamenti fondamentali per il nuovo centro in costruzione nella periferia di Nairobi, dove la comunità locale, ripete spesso Marco Baliani con orgoglio, ha chiesto come prima cosa di costruire un teatro. Per informazioni, approfondimenti, donazioni www.amref.it
CONDOM SENSE
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Joe: Oggi è il giorno, chi dice domani è un bugiardo.
La mia ragazza me l’ha promessa, veramente non posso aspettare;
prima passo dal mio amico Victor a chiedergli d’imprestarmi la casa
ma lui vuole insegnarmi a non fare sesso se non è protetto.
Victor: Come stai? Oggi voglio che tu impari ad usare il condom.
Non voglio che questa storia di giocare carne a carne ti uccida.
Così dobbiamo fare…
Joe: A che serve questa benedizione?
Non sono obbligato ad usare il “gommone”.
Come posso mangiare una caramella con la carta sopra?
Tutto quello che stai dicendo sono sciocchezze, ok?
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Victor: Perché ti arrabbi così, non ho niente contro di te.
Non voglio vederti infettato.
Puoi mandare giù il tuo orgoglio e ascoltare.
Rimpiangerai quando sarai disperato e malato.
Joe: Ok, fammi vedere, in fretta non voglio perdere tempo.
Victor: Ecco apri il pacchetto prendi il condom.
Joe: Aah, vai piano fammi vedere bene.
Victor: Ok, è necessario essere in erezione, significa essere pronto.
Devi prendere il pacchetto, aprirlo come una busta.
Mettilo dalla parte che ha il buco verso di te e poi fallo scendere.
Così ti proteggi contro le malattie sessualmente trasmissibili e dalle gravidanze non volute.
Hai capito?
Joe: non ancora però comincio ad avere un’idea.
Victor: non c’è problema, nel terzo verso ti spiego tutto.
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Victor: prendi il palloncino, prendi la busta, ma non hai ancora visto un condom?
Come sta andando ragazzo?
Sai che ci sono alcune cose che non si possono prendere alla leggera?
Comunque è facile, è come mettersi una giacca o un cappello sulla testa.
Come puoi andare a nuotare nel fiume Nyando senza avere il costume da bagno?
Soffriresti. Vuoi morire così presto?
Joe: va bene, ho capito andiamo, non sapevo che fosse così facile da usare.
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
L’Amore Buono – Una Ballata ai Tempi dell’Aids ha girato l’Italia in tour per tutto il mese di dicembre 2006: è uno spettacolo che parla di tutto questo, della vita a Nairobi, degli amori da proteggere, del teatro in una baraccopoli, anch’esso da proteggere, della tragedia della strada per migliaia di ragazzi africani, della speranza possibile per tutti i sieropositivi d’Africa (il 70 % del totale), e del mondo intero. Gli attori, danzatori, cantanti e i creatori del progetto sono ragazzi che vivono quotidianamente contornati dall’amore cattivo, che ne sono vittime direttamente od indirettamente; sono ragazzi che hanno trovato nel teatro, in Marco Baliani e nel progetto di AMREF Italia nella capitale keniota (Sconfiggere l’AIDS con il Teatro), una possibilità di salvezza ed accoglienza. Insieme al Teatro delle Briciole, con la straordinaria partecipazione di Paolo Fresu, musicista italiano di fama mondiale, di Mirto Baliani, anch’egli musicista e autore delle basi musicali dello spettacolo, e di Sonia Peana, violinista che nello spettacolo interpreta le sonorità rap e hip hop con uno strumento del 1803, Baliani ha costruito uno spettacolo con i ragazzi di strada che parli prima di tutto ai ragazzi di strada, che racconti a tutti l’Africa, le sue piaghe, che sono anche le nostre. “Penso che debba essere uno spettacolo per altri ragazzi come loro – ha detto Baliani - per tutti i giovani, perché l'Aids non è un problema che riguarda solo l'Africa. Il messaggio è che l'Aids non è una colpa ma una malattia, e come tale può essere curata e prevenuta”. Lo spettacolo ha debuttato a Roma il 1 dicembre al Teatro Vascello nell’ambito della Giornata Mondiale della lotta all’Aids, ed ha poi proseguito in altre città italiane, Genova, Parma, Prato, Fiorenzuola, Alcamo. Tutti i fondi raccolti sono stati destinati a sostenere i progetti per l’infanzia di AMREF.
Questo straordinario percorso ha portato gli artisti e i ragazzi coinvolti alla realizzazione di uno spettacolo dai toni grotteschi, a volte tragici a volte ironici, con un linguaggio divertito e divertente ma serio, che tratta temi delicati senza ipocrisie. La prevenzione, l’uso dei preservativi, la violenza e la discriminazione sessuale, la sieropositività, le lobbies farmaceutiche che impediscono un’adeguata distribuzione di farmaci anti-Hiv. La conoscenza di questi problemi e dei modi per prevenirli ha trovato nel teatro uno strumento di diffusione formidabile, per la forza delle immagini e di un linguaggio diretto e creativo. Lo spettacolo deve essere pensato soprattutto nel contesto africano. La versione per le scene italiane pur mantenendo la lingua originale, inglese e swaili con sovrattitoli, ha un finale e qualche scene differenti, perché differente è il pubblico a cui si rivolge. Su un palcoscenico africano è forse la prima volta che si vedono delle giovani donne, ragazzine nei canoni di crescita europei, che spiegano al pubblico come indossare un condom, i suoi benefici, la sua necessità. E’ la prima volta che una ragazza scende dal palco, ti racconta la sua storia tragica di morte e sofferenza legata al virus dell’HIV e ti regala infine un profilattico invitandoti ad usarlo alla prima occasione. Questo fanno le giovani attrici dell’Amore Buono: sfidano le ipocrisie, le ignoranze, i falsi miti e le perverse relazioni maschio-femmina da cui sono contornate. Sì, perché se lui estrae un profilattico allora significa che è infetto…se lo estrae lei allora è certamente una prostituta…sai che se fai l’amore con una vergine il virus ti abbandona? Sai che se spruzzi del limone sul pene dopo l’eiaculazione non contrai il virus? E’ contro queste dicerie, contro la fretta, l’incuranza, la rapina, la violenza che questi ragazzi combattono.
Il dramma dell’aids in Africa è la morte degli infetti, la solitudine dei parenti, dei figli, è il dramma e l’aridità di una società senza “cinghia di trasmissione”, senza anziani, senza saggezza, senza nessuno che raggiunga, sano, l’età dell’esperienza, che possa trasmettere tradizioni e saperi. Il percorso artistico ha aiutato i ragazzi a riscoprire un’infanzia negata, a vivere in una nuova famiglia, col sostegno materiale e psicologico degli esperti di AMREF, ad acquisire consapevolezza. Marco Baliani ha scritto un libro sull’esperienza dal titolo L’amore fra i ragazzi di strada di Nairobi in cui racconta il progetto teatrale, esplorando con sincerità e verità l’universo amoroso degli slum, la presenza e il terrore dell’Aids. Dalle pagine risuonano le voci di questi ragazzi e ragazze, ma il libro è anche un viaggio in un’Africa sconosciuta, bella e terribile, di un padre con suo figlio (Mirto): nel nord dell’Uganda tra i bambini soldato, nel sud del Sudan, dentro la Rift Valley. Il libro è pubblicato da Rizzoli, che di Baliani ha edito anche Corpo di Stato. Il delitto Moro (2003), Nel regno di Acilia (2004) e Pinocchio nero (2005), la cronaca del primo spettacolo realizzato con i ragazzi di strada di Nairobi. Proprio il successo europeo del meraviglioso Pinocchio Nero, in tour da due anni, ha dato ulteriore spinta e possibilità di diffusione del progetto sull’aids.
Al momento anche Letizia Quintavalla e Maria Maglietta sono impegnate in Africa con Amref in due nuovi progetti teatrali. Donne e Diritti è seguito da Letizia Quintavalla, che con un gruppo di bambine e adolescenti africane dal giugno scorso lavora al loro recupero ed alla loro espressione artistica. Lo si pensa incentrato sul canto ed i canoni della cultura musicale europea, mentre la drammaturgia dovrebbe essere il frutto della collaborazione con autori kenioti. Le ragazze coinvolte vivono situazioni drammatiche, in un ambiente dove la violenza sessuale è la normalità, dove la condizione della donna è segnata da assoluta mancanza di diritti. Dar voce all’immaginario nero è invece il viaggio nella fiaba africana di Maria Maglietta. L’obiettivo è restituire al pubblico ed all’Africa un pezzo del suo ricchissimo patrimonio narrativo spesso sconosciuto. Centrale sarà l’uso di maschere, di segni e del linguaggio della danza, con la partecipazione al workshop del danzatore di contact Piero Leccese.
La scelta di tutti questi artisti è certo ammirevole. Ma il punto come sempre in questi casi non è la lode, l’apologia, la santificazione. Il punto è capire lo scambio, i motivi professionali ed umani. In un incontro all’Università di Parma in occasione della replica al Teatro al Parco, Marco Baliani ha parlato del perché. Perché un attore e regista affermato decida o senta di dover lasciare tutto e di portarsi in Africa? La risposta può sembrare scontata ma il coraggio di ammetterla non lo è per nulla: nella miseria totale Baliani racconta di aver trovato il contatto con la sua arte, la necessità, l’importanza della sua professionalità artistica, il motivo del suo lavoro. Il Teatro povero in Italia, e in generale in occidente, è sempre stato e sempre rimarrà un teatro ideologico, perché povero un po’ per necessità ma soprattutto un po’ per scelta, in contrasto ad un altro settore di teatro, ricco e borghesemente felice di esserlo. In Africa il teatro è povero e basta. E’ povero perché non c’è altra alcuna, minima possibilità che esista un teatro diverso, per ora. E quando togli tutta la sovrastruttura, lavori sul nucleo, sui fondamenti della tua arte: ne riscopri il bisogno, quello che ne hai tu e quello che ne hanno gli altri e ti rendi capace, con fatica volontà e soddisfazione, di rispondere ad entrambi.
Il prossimo appuntamento con i ragazzi dell’Amore Buono sarà a Nairobi in gennaio: al Social Forum del 2007 porteranno il loro teatro, le loro esperienze e testimonianze. Con la speranza che la necessità del teatro sia una risposta per altri ragazzi come loro.
L’onlus AMREF è nata nel 1957 come una piccola fondazione con base a Nairobi, trasformandosi nel tempo in un’organizzazione di carattere internazionale, un fondamentale punto di riferimento per la salute e lo sviluppo dell’Africa Orientale. Lo staff è composto al 95% da professionisti africani, medici, esperti sanitari, educatori, formatori, assistenti sociali e ingegneri, che lavorano a stretto contatto con le comunità beneficiarie dei progetti. L’impegno contro l’Aids è presente in tutti i progetti, con programmi di educazione sanitaria e prevenzione, test dell’HIV nelle baraccopoli, operatori sociali per aiutare i sieropositivi discriminati dalla società. Dal 1998 è attivo il centro AMREF di Dagoretti, nei sobborghi di Nairobi, per l’accoglienza e il recupero dei ragazzi di strada. I laboratori teatrali sono uno dei tanti strumenti utilizzati dagli operatori sociali per il reinserimento dei ragazzi nella società. I soldi raccolti con la produzione teatrale saranno finanziamenti fondamentali per il nuovo centro in costruzione nella periferia di Nairobi, dove la comunità locale, ripete spesso Marco Baliani con orgoglio, ha chiesto come prima cosa di costruire un teatro. Per informazioni, approfondimenti, donazioni www.amref.it
CONDOM SENSE
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Joe: Oggi è il giorno, chi dice domani è un bugiardo.
La mia ragazza me l’ha promessa, veramente non posso aspettare;
prima passo dal mio amico Victor a chiedergli d’imprestarmi la casa
ma lui vuole insegnarmi a non fare sesso se non è protetto.
Victor: Come stai? Oggi voglio che tu impari ad usare il condom.
Non voglio che questa storia di giocare carne a carne ti uccida.
Così dobbiamo fare…
Joe: A che serve questa benedizione?
Non sono obbligato ad usare il “gommone”.
Come posso mangiare una caramella con la carta sopra?
Tutto quello che stai dicendo sono sciocchezze, ok?
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Victor: Perché ti arrabbi così, non ho niente contro di te.
Non voglio vederti infettato.
Puoi mandare giù il tuo orgoglio e ascoltare.
Rimpiangerai quando sarai disperato e malato.
Joe: Ok, fammi vedere, in fretta non voglio perdere tempo.
Victor: Ecco apri il pacchetto prendi il condom.
Joe: Aah, vai piano fammi vedere bene.
Victor: Ok, è necessario essere in erezione, significa essere pronto.
Devi prendere il pacchetto, aprirlo come una busta.
Mettilo dalla parte che ha il buco verso di te e poi fallo scendere.
Così ti proteggi contro le malattie sessualmente trasmissibili e dalle gravidanze non volute.
Hai capito?
Joe: non ancora però comincio ad avere un’idea.
Victor: non c’è problema, nel terzo verso ti spiego tutto.
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Victor: prendi il palloncino, prendi la busta, ma non hai ancora visto un condom?
Come sta andando ragazzo?
Sai che ci sono alcune cose che non si possono prendere alla leggera?
Comunque è facile, è come mettersi una giacca o un cappello sulla testa.
Come puoi andare a nuotare nel fiume Nyando senza avere il costume da bagno?
Soffriresti. Vuoi morire così presto?
Joe: va bene, ho capito andiamo, non sapevo che fosse così facile da usare.
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
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RECENSIONE - L'AMORE BUONO DI MARCO BALIANI
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