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mercoledì 12 marzo 2008

PRODOTTI DEL NORD EST

ARTICOLO PUBBLICATO SUL NUMERO DI APRILE DE IL MUCCHIO SELVAGGIO

MADE IN ITALY
testo Valeria Raimondi e Enrico Castellani
cura Valeria Raimondi
parole Enrico Castellani
interpreti Valeria Raimondi e Enrico Castellani
scene/luci luci e audio Marco Spagnoli e Luca Scotton - scene Gianni Volpe
e...costumi Franca Piccoli - movimenti di scena Giovanni Marocco Spagnoli e Ilaria Dalle Donne
produzione Babilonia Teatri/Operaestate Festival Veneto
spettacolo vincitore del Premio Scenario 2007

Babilonia Teatri è
per un teatro pop
per un teatro rock
per un teatro punk
(dal loro sito web)

Adamo ed Eva in accappatoio e scarpette argentate, sotto un albero al neon ed una mela rossa iridescente, guardano il pubblico contemporaneo dalla loro scarna scena contemporanea. Il tecnico luci, di lato, a vista, maneggia fari e funi, contribuendo al generale senso di straniamento che lo spettacolo ha evidentemente deciso di percorrere. Un grido, un rapidissimo sguardo sulle loro nudità e poi tutto ha inizio. Partoriranno con dolore, lavoreranno e sapranno cos’è il bene e cos’è il male, dovranno vestirsi. Loro, noi, i veronesi, i veneti, gli italiani. Made in Italy squarcia così il velo della conoscenza e della coscienza di noi cittadini-spettatori. Una pièce in qualche modo incentrata sulla verità e sulla condizione umana, vincitrice di Premio Scenario 2007 lo scorso luglio, ora impegnata in una lunga tourné che tocca i più importanti teatri italiani. “…Un ritratto spietato delle "sacrosante" manifestazioni del tifo calcistico e delle telecronache enfatiche e patriottarde, normalmente rese impercettibili dalla generale assuefazione. Un lavoro dove si infrangono con sagacia e leggerezza tabù e divieti, per rilanciare anche il teatro oltre gli schemi e i conformismi”, come recita la motivazione della giuria che li ha eletti vincitori fra i giovani gruppi della ricerca teatrale. Un affresco composito, fatto di quadri che si avvicendano in rapida successione, in cui le parole si accumulano, si accatastano in scena, si stratificano e lentamente perdono di significato, di senso. Seguendo, ed in qualche modo denunciando, quel processo di banalizzazione che subiscono molte delle espressioni, dei concetti, delle opinioni che la gente esterna, anche le più gravi: una bestemmia ha il peso di una bestemmia certo, ma una bestemmia ripetuta mille volte come intercalare perde la sua carica di negatività, di blasfemia; un insulto ed un vilipendio alla dignità di un immigrato o di uno straniero pesa sulla coscienza di chi lo pronuncia e di chi lo ascolta, ma si fa leggero, comico, grottesco se ripetuto tra una pizza e l’altra, centinaia di volte. In un gioco scenico cinico, ironico, a tratti doloroso, che smaschera quel drammatico meccanismo sociale e culturale per il quale ci si abitua a tutto in Italia, basta poterlo ripetere abbastanza a lungo perché sembri normale. Perdono la loro originaria efficacia le parole di Made in Italy, si confondo nel caotico, surreale elenco di espressioni, allitterazioni, concatenazioni, per poi acquistare una nuova rilevanza, una nuova forza eversiva. Da questo pieno, zeppo di buffi riferimenti trash e duri commenti dell’uomo della strada, emerge un vuoto che ha un volume più alto delle voci che in scena, in perfetta coordinazione e sincronia, urlano e graffiano. Non c’è mimesi, non c’è immedesimazione: i due personaggi sul palcoscenico, Valeria Raimondi e Enrico Castellani (anche creatori dello spettacolo), divengo ad ogni quadro un’icona, un simbolo, non interpretando alcun ruolo ma facendosi di volta in volta veicolo dei ruoli altrui, pescati nella bottega sotto casa, nel bar all’angolo. Con voci atoniche, cantilenate, riportano sulla scena, quasi vomitandoli, i pensieri della gente comune, che in veneto, come in molte regioni italiane, usa il dialetto per esprimersi, specie a riguardo di donne, sghei (soldi) e marocchini. Molti i riferimenti cattolici, religiosi, specchio di una società, quella del nord-est, lontana dalla laicità ma vicina agli estremismi nazionalistici ed ai campanilismi biechi. Molti gli ambiti toccati, dal razzismo, alla società mediatica e ottusa, alla morfina calcistica, alla spettacolarizzazione della morte. Così ad esempio un funerale illustre, celebrato poco tempo fa a Modena, diviene l’occasione per commentare in silenzio, ascoltando le registrazioni dei cronisti RAI, la paradossale dimensione in cui siamo perennemente immersi. Basta compiere un minimo, lieve gesto di astrazione, di distacco e subito emergono le degenerazioni della nostra cultura e della nostra società. Una colonna sonora accattivante, che ha toni pop-trash, trascina e diverte, contribuendo al generale senso di amarezza e comicità dello spettacolo, coronato da un finale in cui sono protagonisti muti ed attoniti Biancaneve ed i suoi fidati nani da giardino. Le date di aprile: il 4 alle ore 21 a Finale Emilia, Festival Avant Gare; il 5 alle ore 21 a Parma, Teatro delle Bricole; il 12 alle ore 21 a Como, Teatro Sociale; il 24 in orario da definire a Rimini – info@babiloniateatri.it

LATELLA LE DONNE LE CAPISCE

ARTICOLO PUBBLICATO SUL NUMERO DI APRILE 08 DE IL MUCCHIO SELVAGGIO

Titolo: Le lacrime amare di Petra Von Kant
Autore: Rainer Werner Fassbinder
Regia: Antonio Latella
Compagnia/Produzione: Teatro Stabile dell’Umbria e Teatro Stabile di Torino
Cast: Con Laura Marinoni, Silvia Ajelli, Cinzia Spanò, Sabrina Jorio, Stefania Troise, Barbara Schroer, gli animatori d'ombre Massimo Arbarello e Sebastiano Di Bella - - scene e costumi di Annelise Zaccheria; disegno luci di Giorgio Cervesi Ripa; suono di Franco Visioli

Avendo ancora davanti agli occhi l’ancestrale, animalesca, potentissima femminilità della Medea con cui Antonio Latella, regista italiano leader della ricerca contemporanea, ha ottenuto il prestigioso Premio Ubu 2007 come Miglior Spettacolo, l’enorme statua nuda che campeggia al centro del palcoscenico del suo Le lacrime amare di Petra Von Kant acquista ancora più forza scenica. Come se i due lavori, molto vicini nel tempo di realizzazione, partecipassero non solo della stessa tematica, il femminile tragico, ma anche dello stesso corpo di donna, prima o dopo Cristo sempre fatto di carne, seni, lacrime. In questa sua fatica teatrale, già da due anni in tournè con un grande successo di pubblico e critica, il regista napoletano umbro d’adozione ha di nuovo spogliato il femminino, messo a nudo le sue relazioni e la sua identità, liberandolo dai vezzi e dalle crinoline sociali e culturali, facendo emergere le complicazioni economiche, di classe, di status implicate in ogni rapporto. E lo ha fatto grazie ad un soggetto creato più di vent’anni fa dal genio tormentato di Fassbinder, cineasta tedesco che fece dell’omosessualità e dei rapporti amorosi in contesti capitalisti la tematica più ricorrente dei suoi capolavori. Tutto inizia, si diceva, con la scena aperta in cui campeggia al centro la mastodontica e realistica riproduzione di Karin, l’oggetto del desiderio frustrato di Petra Von Kant, nuda, ieratica come solo certe statue doriche di divinità olimpiche riescono ad essere. Ai suoi piedi si snoda la storia, si intrecciano i destini, si ingarbugliano le relazioni fra cinque donne, in una dolorosa escalation di isteria e solitudine. Tra il bianco ed il nero dei minimali costumi di scena, a segnare di volta in volta lo stato di un personaggio, a ricordare ad ogni momento che non c’è spazio per i grigi, non c’è soluzione di colore intermedio in queste drammatiche relazioni tra amanti. L’algida e dura protagonista del dramma, Petra Von Kant, interpretata dalla straordinaria, sofisticata, dosata Laura Marinoni, è da poco uscita dall’ennesima delusione affettiva, dal secondo matrimonio fallito e cerca nella bella e giovane Karin, anch’essa priva di riferimenti maschili solidi nella propria vita, un appiglio, una speranza, un possesso. A costo di legarla a sé solo economicamente, Petra si spende per Karin fino alla follia, all’alcolismo, ottenendo in cambio solo poche e sfuggevoli parole di apprezzamento. Testimone muta, servizievole e palesemente adorante della drammatica e penosa situazione è Marlene, segretaria assistente di Petra, oggetto di vessazioni e occhiate furtive. Sullo sfondo del dramma le ombre dei protagonisti, di figure stilizzate, di oggetti, creati con un mirabile effetto visivo da Massimo Arbarello e Sebastiano Di Bella. Le altre figure femminili sono iconografie, simboli di ruoli che ruotano attorno alla vita di Petra senza poterla veramente penetrare: la figlia è una bambola meccanica parlante di cui Petra non si è mai curata, cresciuta in collegio, trascurata, un giocattolo che non diverte più, che non fa più le bolle di un tempo ma si permette di dire frasi sensate; la madre è un belletto, una ciglia finta, una piuma, la summa della bellezza invecchiata e aggrappata con le unghie finte agli splendori di un tempo; l’amica è un pretesto, un personaggio borghese e appiattito, una donna media che non vede al di là della tesa del suo ampio e bianco copricapo. Eppure c’è in loro un barlume di affetto, che Petra acceccata dall’ossessione per Karin non riesce a scorgere. L’ingombrante femminilità di Karin nella vita di Petra ed in scena (la statua occupa in altezza e in larghezza buona parte dello spazio scenico) è però destinata a finire, smantellata e fatta a pezzi dalla stessa Marlene: cala il fondale e si svelano le quinte e con esse molti dei dolori profondi di una donna come Petra; si corica la statua e la si smembra pezzo a pezzo, cercando di disinnescare il tormento, di smantellarne la forza. L’unica possibile conclusione è il pianto, l’abbandono al dolore: piange Petra rimasta sola; piange Marlene a cui finalmente l’amata si rivolge; piange il fondale, dove piccole figurine stilizzate si bagnano delle lacrime amare di Petra Von Kant.

sabato 8 marzo 2008

TRUNCH : THEATRE AND BRUNCH AL TEATRO DUE

C’è aria di primavera ormai, timida, tiepida e luminosa. Ed il Teatro Due anche quest’anno le apre porte e finestre, la fa salire con il numeroso pubblico al secondo piano e la invita a celebrare un felice rito domenicale che si ripete da qualche tempo con gusto scenico e spirito conviviale. Sono ricominiciati con successo i brunch del mezzogiorno (La domenica a Teatro Due - A colazione con gli autori dell’800 e del ‘900), appuntamenti festivi che combinano letture elevate, interpretazioni attente ed una colazione all’inglese, tardiva ma sostanziosa. Il primo appuntamento della serie, Prigionieri delle parole, è stato dedicato al genio gotico ed orrorifico di Edgar Allan Poe in una combinazione di tre celebri ed inquietanti racconti, accompagnati dalle proiezioni delle versioni cinematografiche ed interpretati con intensità da Ilenia Caleo, Mariano Pirrello, Tania Rocchetta e Lino Guanciale. La cura scenica di Claudio Longhi, acuto e leggero nel dare un tocco corale all’evento, ha disposto il pubblico intorno ai leggii ed ad un antico pianoforte, creando un ambiente raccolto ed antico, oscurando lo spazio e sfruttandolo a pieno. “Ascolta”, hanno ripetuto le voci di Poe, usando parole che “si conficcano nella testa come su un puntaspilli”, sinestetiche nella loro capacità evocativa. Fino a che gli sguardi sardonici e magnetici, i moti di spirito ed i tremori hanno lasciato il posto ad un collettivo sorriso, intrattenibile con le note di Cuore matto. Piacevole “conclusione a buffet”: mangiando, bevendo, chiacchierando con i protagonisti e scambiandosi pensieri si gusta anche la leggera primavera teatrale e si assapora la sua forza sociale, intellettuale.

SILVANI SI NASCE

TITOLO: Signorina Silvani … SIGNORA, prego!!
DI: Anna Mazzamauro
CON: Anna Mazzamauro, Pino Caronia, Stefano Di Sturco, Domenico De Santi
REGIA: Pino Strabioli
SCENE: Giulia De Mari
COSTUMI: Antonio Ventura
MUSICHE ORIGINALI: Pino Caronia
PRODUZIONE: Ercole Palmieri
GRADIMENTO: 3 stelle ***

“La bruttezza ha un vantaggio sulla bellezza: dura”. Si condensa così, in un’efficace e tagliente battuta, tutta l’autoironia, la comicità e la forza di un’attrice, Anna Mazzamauro, e del suo più celebre personaggio, la Signorina Silvani. Nell’applaudito e divertente Signorina Silvani … SIGNORA, prego!!, la Mazzamauro ha creato con Strabioli un coinvolgente e straniante gioco di specchi pirandelliano, in cui la vita della maschera s’intreccia con quella dell’interprete, le qualità e i difetti dell’una si sovrappongono a quelli dell’altra, i piani del reale e della finzione scenica si confondono fino a sparire. Un recital che con sincera e sboccata romanità attraversa la vita della donna dei sogni del Ragioner Fantozzi e inevitabilmente offre al pubblico anche i ricordi, i pensieri, gli episodi della carriera della Mazzamauro. Parlando del corpo, dell’estetica, del tempo che passa, della morte, dell’amore; ridendo di gusto e commuovendosi un pochino, con la leggerezza e la caustica verve che hanno permesso all’attrice di sopravvivere al “gioco al massacro” di sé stessa a cui spesso il suo personaggio l’ha obbligata a partecipare. Canta e danza la Mazzamauro, accompagnata in scena da tre musicisti che con lei interagiscono e muovono le poliedriche scenografie: arie conosciute ed altre originali le permettono di sfoggiare il proprio multiforme registro vocale, infondendo al monologo, forse a tratti un po’ dispersivo, lo slancio e l’intensità che certi passaggi comici lasciano scivolare via. In un’atmosfera poetica e retrò, che raccoglie le atmosfere anni ’70 del cinema di Luciano Salce e Neri Parenti, storici registi della saga fantozziana, la Signorina Silvani incontra uomini, s’imbelletta, prega… Non ha un nome di battesimo, lei, non ne ha mai avuto bisogno, ma è un personaggio a tutto tondo, capace di portare al successo la sua interprete, di donarle notorietà e persino di purificarla. La Silvani è la coscienza sporca della Mazzamauro, è “l’orrendezza” femminile che ci fa sentire bene, è il lato comico della malinconia, è il potere della risata sulla sfortuna… Voleva essere Rossella O’Hara la Mazzamauro, e invece… invece, Signorina Silvani si nasce, e lei modestamente la nacque.

martedì 26 febbraio 2008

MY ARM - HARMFUL DEVICES

Incredibile la forza della mente umana. Incredibile la sua volontà. Ed incredibile, curiosa ed affascinate la storia di un ragazzo che per quasi 30 anni decide di tenere il suo braccio sollevato. Inebriato e soddisfatto dal piacere di poter controllare il proprio corpo. Onanismo e masochismo, il godimento dell'automanipolazione e del dolore. Storia scenicamente fertile. Ma. Ci sono molti ma nello spettacolo dell'Accademia degli Artefatti. Il primo riguarda la scelta di chiamare il progetto artsitico Ab-Uso. Almeno che non si colga il termine nella sua accezione di "mal utilizzato" o "sovra-utilizzato", allora ne convengo che il video, i microfoni, le musiche, i rumori ed in generale tutti i dispositivi scenici sono in questo caso abusati. Il secondo ma riguarda il lavoro interpretativo, in cui la meta-teatralità sfilacciata e la quotidianità sforzata privano il protagonista, se pur credibile a tratti, se pur piacevole a momenti, della forza magnetica necessaria per "tenere la scena". Non che ci si annoi. No, la storia fila, corre ed il video sullo sfondo è in un dialogo ed in un'interazione interessanti con l'attore sul palco. Non ci si annoia ma spesso si perde il gusto. Si perde la magia, si perdono i mondi che vengono aperti e poi richiusi così, senza il tempo di esplorarli. Si usano meccanismi ed effetti che poi cadono in pochi secondi, che in un attimo vengono messi da parte e perdono efficacia. Ecco inizia qualcosa di affascinante; ecco tutto viene riportato con uno strappo alla dimensione colloquiale, casuale dell'inizio. Peccato di nuovo perchè bel racconto e bell'entusiamo, bella energia e originale soggetto. Ma. Regia contemporanea per regia contemporanea allora tanto valeva giocarsela che so magari sul vuoto, sul caso, sull'assenza. Su qualsiasi cosa che non fosse una telecamera a 1 metro da me che riprende delle cose, non caricate di senso, ad 1 metro da me e proiettate in uno schermo ad un metro da me. Come dire, ho tutto lì ma per forza devo costruirci su un'impalcatura complicatissima per ottenere il risultato di avere tutto lì. In parole povere.

sabato 16 febbraio 2008

VOGLIO SCENDERE

Immagino che molti lettori della Gazzetta vadano allo stadio, siano tifosi od almeno s’interessino di calcio. E’ a loro che desidero scrivere i miei pensieri in questo freddo pomeriggio di anticipo di campionato. Con rabbia e chiamando le cose con il loro nome. A loro voglio raccontare del mio viaggio in treno Milano-Parma, un’ora e quarantacinque minuti passati in un vagone nebbioso e devastato in compagnia di una fauna maschile nera e rossa, inconfondibilmente milanista ed insindacabilmente detestabile. Potrei buttarla sul divertente, descrivendo in modo ironico e sagace di come tossicchiavo di fianco ad un giovane coperto di croci celtiche che si faceva una canna abbozzandomi un mezzo sorriso ammiccante, o di come cortesemente declinavo l’invito di un ubriaco di mezza età, che aveva nelle vene sambuca molinari e qualche globulo rosso, ad alzarmi per inneggiare alla squadra ed a non so quale giocatore battendo le mani come facevo all’asilo. Potrei. Ma la questione è molto più seria ed ampia del mio rocambolesco viaggio in treno e voglia di ridere su questo non ne ho più. Non si tratta dei miei polmoni, delle mie orecchie, della mia tranquillità mentre viaggio (pagando). Si tratta di soldi, molti, si tratta di civiltà, nulla, di legalità, impossibile, e di politica, sporca. Così il ragionamento che vi porto, tifosi o ultrà o simpatizzanti, deve cominciare con il pensiero di Marco Travaglio, che ieri sera ospite del Teatro Due in due ore di limpido e geniale eloquio, ha più volte sottolineato come in Itala il livello di sopportazione, la soglia di accettazione di soprusi, angherie, illegalità e rifiuti solidi urbani si sia negli ultimi anni drasticamente abbassata. E’ vero. Infatti siamo costretti ad accettare che la città sia blindata una volta a settimana, a costi altissimi in termini di denaro pubblico e civiltà. La domanda è: perché io, in quanto cittadina, contribuente, passeggera, utente o quant’altro, devo non solo accettare ma persino finanziare questa situazione? Se io andando a teatro a Milano mi accendessi una sigaretta nel vagone credo che giustamente sarei multata. Se scendessi con altri diciamo 40 amici in centrale non credo che troverei dei pullman speciali per raggiungere il Piccolo, tanto meno offerti dallo stato. Non credo neanche che alcune strade sarebbero pedonalizzate per l’occasione. Non credo che potrei insultare le persone in stazione, gettare improperi contro razze, città, paesi, nazioni, professioni e altri attori. No. Non potrei, non posso. Allora, perché accade che, nell’ordine, una mandria di gente incivile fumi sul mio treno (io ho pagato, loro no), che una mandria di gente incivile arrivi allo stadio con un pullman privato (io salgo sull’autobus e pago, loro no), che una mandria di gente incivile devi il traffico di alcune importanti strade cittadine, che una mandria di gente incivile insulti il cinese a fianco a me, che una mandria di gente incivile demolisca il soffitto del treno, urlando che la moglie di Raciti è milionaria, quando è tragicamente vedova? PERCHE’ QUESTA MASSA ANIMALESCA, DEPRAVATA E COMPLETAMENTE PRIVA DI UNA MENTE PENSANTE E’ TUTELATA, SOVVENZIONATA, AGEVOLATA NELL’ESPRESSIONE ODIOSA DELLA PROPRIA IGNORANZA ED INCIVILTA’? PERCHE’ IN TUTTO QUESTO IN PIU’ DEVONO ESSERE SCHIACCIATI I MIEI DIRITTI E QUELLI DI TUTTI GLI ALTRI CITTADINI? PERCHE’ ALLO STADIO SUCCEDE DI TUTTO, SI DICE DI TUTTO, ENTRA DI TUTTO, MUOIONO LE PERSONE, IL SISTEMA E’ AL COLLASSO, LA CORRUZIONE DILAGA E NON C’E’ UN POLITICO CHE ABBIA IL CORAGGIO E LA CORENZA DI DIRE BASTA? PERCHE’, ANCORA PIU’ GRAVE, NON C’E’ UN CITTADINO CHE SI ALZI E DICA BASTA MENTRE VENGONO CALPESTATI I SUOI DIRITTI FONDAMENTALI, LE LEGGI FONDAMENTALI DEL VIVERE IN SOCIETA’ E QUELLE AMMINISTRATIVE, PENALI E PERSINO COSTITUZIONALI? Ecco io oggi sento che come cittadina devo fare qualcosa. Scrivere a voi e invitarvi a riflettere. La risposta alle domande che mi sono posta è banale. Tristemente banale come tutte le risposte cruciali in questo paese amaramente abbandonato alla sopportazione, alla rinuncia, all’indolenza. La risposta sono i soldi. I soldi delle grandi aziende che possiedono le squadre, i soldi dell’ex- e forse futuro (Dio non voglia) presidente del consiglio, ma anche di molti altri industriali italiani e non. I soldi ovviamente. E così quello che rimane a me ed ai poveracci che come me che salgono sui treni sereni e ne scendono imbufaliti, è gridare VOGLIO SCENDERE. Che è anche il nome del blog di Marco Travaglio, che dell’Italia purtroppo ha capito quasi tutto.

martedì 12 febbraio 2008

ARTEFATTI ARTIFICI MALEFICI MALEFATTE

Da quando dire cose sconnesse, senza un filo logico, sensa un senso, senza un orizzonte vago di significato è contemporaneo, illuminante, teatralmente interessante e importante? Da mai. Infatti non lo è. E i cinque pezzi facili di Martin Crimp scenicamente interpretati da Arcuri con gli attori dell'Accademia degli Artefatti sono un lampante e "luminoso" esempio di cosa un testo teatrale non riesca a fare pur volendolo, fortissimamente volendolo. E di come un attore, se pur bravo, possa farsi trascinare da un testo in una non interpretazione. Una lunga, interminabile, sequenza di tic e faccette. Non so voi, ma io quando sono in imbarazzo, perplessa, sconcertata o in attesa non scuoto la testa, mi gratto, mi muovo sulla sedia in continuazione. La non comunicazione, l'incomunicabilità sono terreno fertile se attraversano orizzonti inattesi, se portate al parossismo, al tragico o al comico, non se lasciatate macerare nelle ripetizione e nella sospensione. Uno spettacolo dove tutto rimane in luce, sempre, dove non si crea mai una zona d'ombra, di senso certo non di luogo, che potrebbe creare la fascinazione perseguita. Un spettacolo in cui quando c'è silenzio speri solo che uno dei 3 attori dica qualcosa e quando poi finalmente qualcuno attacca con la sua battutta speri solo che finisca presto e si ritorni al meritato silenzio. Peccato perchè la capacità interpretativa e la presenza di Arcuri e Croci avevano il loro fascino. Peccato perchè Angius aveva un bel ruolo tra i due. Peccato perchè i premi Ubu di solito sono abbastanza consistenti. Peccato.