Pirandello avrebbe, credo, amato l’allestimento del suo racconto e testo teatrale La Sagra del Signore della Nave, realizzato da Vincenzo Pirrotta, andato in scena al Teatro Due lo scorso novembre. Lo avrebbe amato per due motivi, gli stessi che hanno entusiasmato il pubblico in sala: perché spettacolo corale fatto d’individualità forti e carismatiche, e perché capace di creare una dimensione grottesca, onirica e primordiale che non tradisce ma anzi esalta il senso del testo. Ai piedi di una chiesa, più che altro una piramide azteca; in una piazzetta di paese nell’agrigentino, spazio sacro, tribale, totemico, decorato da ex-voto, feticci di stracci e corda; in un tempo indefinito, che ha dettagli novecenteschi, medioevali ed ancora primordiali; in una Sicilia in cui il dialetto è lingua, espressione intensa dello spirito del suo popolo…in tutto questo si muovono, cantano, danzano, dialogano i personaggi surreali diretti da Pirrotta. Triviali e clowneschi, sguaiatamente popolani, dandy o arricchiti, macellai, marinai, medici, avvocati e notai, allevatori, ciascuno a suo modo si confronta con domande elevate sulla natura animale e su quella umana, sul sacro e sul profano, sul valore dell’immolazione. Al centro, alternativamente, il maiale, vittima della scanna novembrina ed il Cristo, Signore della Nave, sacrificatosi anch’egli per pascere l’umanità tutta: il sacro e il profano che si sovrappongono, la bestialità e la natura animale dell’uomo che emergono con forza nella vita sociale, si scontrano e si ricompongono. Ed è così che in croce si trova inchiodato un suino squartato e scuoiato, ed è così che in processione su una lettiga viene portato un piatto di spaghetti al sugo, così che le litanie di preghiera vengono recitate intorno alla testa del porco. Di questo spettacolo colpisce la cura dei dettagli, la creazione densa e intensa di un immaginario, di uno spazio-tempo in cui tutto, dai costumi eccezionali, alle musiche dal vivo vincitrici degli Olimpici del Teatro 2006, alle scenografie ed alle prove attoriche di valore, contribuisce con coerenza ed efficacia e generare quel senso di eccesso, esasperazione, amplificazione, “effervescenza sociale” a cui i sopiti sensi contemporanei non sono più molto abituati ad assistere, per lo meno dal vivo. Visioni e personaggi che sono opere di Botero, che sono scene di antica Commedia dell’Arte, che sono composizioni di Bosch, maschere apotropaiche fenice, danze tradizionali…scene di una tribalità che assumma qualunque archetipo accumulabile, intorno a un Cristo “Che più Cristo di così non lo si poteva fare”. Di questo testo, purtroppo raramente frequentato, colpisce e affascina l’incredibile capacità di sollevare questioni e domande di portata millenaria ed universale, senza mai esplicitarle e tradirle con banale moralizzazione. Dalla discussione sulla superiorità dell’uomo sul maiale, sul proprium umano e su quello animale, Pirandello porta la riflessione a toccare temi come l’opulenza della società borghese, la bestialità umana davanti ai propri bisogni primari, la distinzione a volte labile tra sacro e profano (diade, secondo Durckheim, all’origine del concetto stesso di religione), il senso e il ruolo universali del capro espiatorio e della vittima sacrificale (cardine delle società e necessario momento di violenza espressa, secondo Renè Girard).
Una vera “lezione d’umanità” a noi “tutti più porci dei porci”, in cui s’apprendono e si riconosco i limiti della nostra specie “imbestiata”, godendone a tratti, più spesso vergognandosene. Si esce dalla sala almeno sollevati dalla consapevolezza che ci sia fra noi qualcuno capace d’arte, d’intelligenza e in grado di riconoscere e mostrarci i falsi dei a cui incoscienti ci prostriamo.
“Essere o non essere, è una questione davvero essenziale, è una domanda che solo gli esseri umani possono porsi.” Richard Schechner, Magnitudini della Performance, Bulzoni, Roma, 1999, p. 118. SALTUARIA E SOGGETTIVA PUBBLICAZIONE DI STUDI, RECENSIONI, OPINIONI, PENSIERI E SEGNALAZIONI TEATRALI
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venerdì 8 febbraio 2008
LEGITTIMA DIFESA
Al Teatro Due Fausto Paravidino porta la sua piece sui fatti di Genova 01.
A Genova 01 io non ci sono stata, Paravidino neanche; vi ho assistito però, e lui era in scena, lo scorso febbraio in un’anteprima al Teatro Due, mentre in contemporanea nell’altra sala Pirandello velava di nero la Verità, inconoscibile. Lo spettacolo replicherà per il pubblico dall’1 all’11 marzo, sempre al Teatro Due. Genova 01 è come Così è (se vi pare) un testo sulla Verità, e sulla sua natura, scritto 4 anni fa da Fausto Paravidino (che oggi oltre a recitarvi ne firma anche la direzione), commissionatogli dal Royal Court di Londra e nel tempo modificato di poco, solo aggiornato secondo le novità processuali ormai archiviate. Genova 01 è uno spettacolo su dei fatti, tragici ma dei fatti, su di un evento reale e recente: il G8 svoltosi a Genova nel 2001 e gli accadimenti contestuali di Piazza Alimonda, della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, con i loro numeri, le loro cronache, fotografate, testimoniate, filmate, verbalizzate. Non c’è possibilità di rappresentazione di un evento che fu in sé una rappresentazione, afferma Paravidino, e così la struttura drammatugica, articolata in 4 atti ed un prologo, secondo i canoni classici della tragedia e secondo la scansione temporale degli avvenimenti di Genova, accoglie un’azione prosciugata da qualunque possibile mimesi, trascinante grazie alla sola forza dello sconcerto. Le parole, quasi una raccolta di Ansa, brevi, taglienti, precise, lucide e assolutamente inoppugnabili, sono dette non recitate da attori che non interpretano personaggi ma che si fanno solo tramite, voce e corpo neutro. La scena è scarna, riempita dal potere evocativo del testo; da musiche a volta farsesche a volte intensamente sacrali; da pochi e significativi oggetti che caratterizzano immediatamente chi li porta, li indossa, li brandisce; da un filo di panni stesi, la biancheria dei genovesi messa ad asciugare in aperta contestazione con le direttive che durante quella giornata volevano Genova un luogo di impeccabile arte, ordine, pulizia. L’unico spazio estetico, poetico, è conservato nella sintesi operata sull’enorme mole di materiale di documentazione utilizzato, nella condensazione efficace di informazioni ed immagini (mentali non sceniche). Un teatro civile coraggioso ed emozionante, un teatro epico brechtiano e documentaristico che lascia ed anzi impone al pubblico la consapevolezza, la certezza, che tutto accadde, che nulla fu per finta. “Lo stupore si trasforma in indignazione, l’indignazione in sofferenza, la sofferenza in esigenza di comunicazione, di rappresentazione, di testimonianza” dice Paravidino. Il tono dell’indignazione e della sofferenza emerge spesso, ma la tensione è a tratti alleviata da un’ironia amara, da una critica e da un sarcasmo che portano alla luce lo stupore per le contraddizioni, i paradossi, le evidenti storture dei sistemi giudiziario e politico italiani e soprattutto delle forze armate. Ad ogni spettacolo segue un incontro con i protagonisti degli avvenimenti e della scena politica e mediatica legati a quei fatti a vario titolo e in vario modo; un momento integrante, partecipativo e necessario al precedente scenico, entrambi tesi a scandagliare dei perché diversi dalla ufficiale legittima difesa.
A Genova 01 io non ci sono stata, Paravidino neanche; vi ho assistito però, e lui era in scena, lo scorso febbraio in un’anteprima al Teatro Due, mentre in contemporanea nell’altra sala Pirandello velava di nero la Verità, inconoscibile. Lo spettacolo replicherà per il pubblico dall’1 all’11 marzo, sempre al Teatro Due. Genova 01 è come Così è (se vi pare) un testo sulla Verità, e sulla sua natura, scritto 4 anni fa da Fausto Paravidino (che oggi oltre a recitarvi ne firma anche la direzione), commissionatogli dal Royal Court di Londra e nel tempo modificato di poco, solo aggiornato secondo le novità processuali ormai archiviate. Genova 01 è uno spettacolo su dei fatti, tragici ma dei fatti, su di un evento reale e recente: il G8 svoltosi a Genova nel 2001 e gli accadimenti contestuali di Piazza Alimonda, della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, con i loro numeri, le loro cronache, fotografate, testimoniate, filmate, verbalizzate. Non c’è possibilità di rappresentazione di un evento che fu in sé una rappresentazione, afferma Paravidino, e così la struttura drammatugica, articolata in 4 atti ed un prologo, secondo i canoni classici della tragedia e secondo la scansione temporale degli avvenimenti di Genova, accoglie un’azione prosciugata da qualunque possibile mimesi, trascinante grazie alla sola forza dello sconcerto. Le parole, quasi una raccolta di Ansa, brevi, taglienti, precise, lucide e assolutamente inoppugnabili, sono dette non recitate da attori che non interpretano personaggi ma che si fanno solo tramite, voce e corpo neutro. La scena è scarna, riempita dal potere evocativo del testo; da musiche a volta farsesche a volte intensamente sacrali; da pochi e significativi oggetti che caratterizzano immediatamente chi li porta, li indossa, li brandisce; da un filo di panni stesi, la biancheria dei genovesi messa ad asciugare in aperta contestazione con le direttive che durante quella giornata volevano Genova un luogo di impeccabile arte, ordine, pulizia. L’unico spazio estetico, poetico, è conservato nella sintesi operata sull’enorme mole di materiale di documentazione utilizzato, nella condensazione efficace di informazioni ed immagini (mentali non sceniche). Un teatro civile coraggioso ed emozionante, un teatro epico brechtiano e documentaristico che lascia ed anzi impone al pubblico la consapevolezza, la certezza, che tutto accadde, che nulla fu per finta. “Lo stupore si trasforma in indignazione, l’indignazione in sofferenza, la sofferenza in esigenza di comunicazione, di rappresentazione, di testimonianza” dice Paravidino. Il tono dell’indignazione e della sofferenza emerge spesso, ma la tensione è a tratti alleviata da un’ironia amara, da una critica e da un sarcasmo che portano alla luce lo stupore per le contraddizioni, i paradossi, le evidenti storture dei sistemi giudiziario e politico italiani e soprattutto delle forze armate. Ad ogni spettacolo segue un incontro con i protagonisti degli avvenimenti e della scena politica e mediatica legati a quei fatti a vario titolo e in vario modo; un momento integrante, partecipativo e necessario al precedente scenico, entrambi tesi a scandagliare dei perché diversi dalla ufficiale legittima difesa.
Distorsioni molieriane
Il genio di Moliere non ha tempo: le sue verità sull’uomo e le sue trovate comiche sono rimaste dopo 400 anni cristalline e intatte; secoli di rappresentazioni hanno portato in scena ancora ed ancora i suoi personaggi e le sue situazioni con slanci e dimensioni inaspettati. La regia che Arturo Cirillo firma de Le Intellettuli, sulla brillante riscrittura di Cesare Garboli, vista lo scorso 17 aprile al Teatro Ariosto di Reggio Emilia, è più che una conferma del genio molieriano: ne è un’esaltazione ed insieme un quasi superamento. Specchio dei tempi, passati e presenti, che rimanda un’immagine grottesca ma terribilmente reale (altrimenti non se ne riderebbe così) dei modi affettati e pretenziosi di certi salotti intelligenti e coltivati, in cui un “comunque” può divenire chiave di volta poetica nel nulla e nella miseria intellettuali che lo circondano. Perché “la cultura è l’humus dove fioriscono gli idioti”. Ed a corte (leggi governo, leggi sistema politico) l’idiozia e la stupidità sono decisamente benviste e benvolute; l’ignoranza è perentoriamente interesse di stato. Poco è cambiato, se non nei mezzi. La scena si presenta lucida e contornata da specchi deformanti, o riflettenti una realtà deformata, a terra in corso d’opera si accumulano sputi e residui; qui i personaggi ed i loro straordinari interpreti, tutti bravissimi e tutti intonati, si muovono addobbati di enormi e buffe parrucche, ampi e farseschi abiti, di gesti energici, precisi ed enfatici. La trama è “semplice” e pretestuosa: la schermaglia amorosa, il contrasto tra uomo e donna, donna e società, tra anima e corpo, tra elevazione spirituale e soddisfazione carnale, tra amore ed interesse, tra profondità intellettuale e pura attitudine intellettualoide. Il risultato però è complesso. Gustosamente complesso; con quel sapore ironico, sguaiato, verace molto partenopeo tipico del regista e della sua compagnia. Dalla servetta che con energia riscatta le sue inattitudini linguistiche alla zia/o mitomane, dal marito pusillanime al corteggiatore-poeta impostore, dalla sorella colta a quella da marito, dalla madre despota e letterata al pretendente di buon cuore…tutti concertano, dialogano e monologano con una recitazione sopra le righe ma mai fuori dalle righe, con dei modi paradossali ma mai assurdi, con un dosaggio preciso di elementi farseschi e momenti seri, con dei tempi e ritmi comici quasi geometrici. Di teatro di testo, di parola, classico e narrativo se ne andrebbe a vedere molto di più, e non ci sarebbe bisogno di artifici scenici d’effetto, di laser, schermi, rumori assordanti, di una ricerca e di una sperimentazione ossessive e inoffensive se ci fossero più possibilità di assistere a spettacoli come questo. Peccato solo per uno dei versi: “Le donne di oggi vogliono addirittura scrivere!”
L’AMORE BUONO DEI RAGAZZI DI NAIROBI, DI BALIANI, DI AMREF E DEL TEATRO DELLE BRICIOLE
“Quando la povertà entra dalla porta, l’amore scappa dalla finestra”. Questa scritta compare su una parete di mattoni di una casupola di Nairobi. A raccontarlo è Marco Baliani, regista ed attore italiano, a recitarlo è un giovane africano di Nairobi. E’ la verità. E’ vero che esiste questa scritta, è vero che nella miseria non c’è spazio per nessun sentimento. Ci ricorda che ci sono luoghi nel mondo in cui la vita è completamente un’altra cosa. Luoghi in cui l’Amore è un’altra cosa, in cui il Teatro è un’altra cosa. Nella baraccopoli di Nairobi il Teatro è sollievo, salvezza, è una casa ed una famiglia, una speranza e un mezzo di comunicazione e solidarietà; ma è anche divertimento, socializzazione, espressione e incontro, esattamente come qui da noi. Nella baraccopoli di Nairobi c’è Amore e amore, c’è un Amore Buono e tragicamente uno cattivo: c’è un amore buono protetto, che non uccide, fatto con desiderio, rispetto e Tempo, ma che scappa dalla finestra... E c’è un amore cattivo, che priva delle difese immunitarie, della vita, che è violenza, fretta, prepotenza e portato dalla miseria entra in tutte le case. Anche da noi però quello stesso amore cattivo, se pur con numeri meno elevati, affligge numerosi sieropositivi.
L’Amore Buono – Una Ballata ai Tempi dell’Aids ha girato l’Italia in tour per tutto il mese di dicembre 2006: è uno spettacolo che parla di tutto questo, della vita a Nairobi, degli amori da proteggere, del teatro in una baraccopoli, anch’esso da proteggere, della tragedia della strada per migliaia di ragazzi africani, della speranza possibile per tutti i sieropositivi d’Africa (il 70 % del totale), e del mondo intero. Gli attori, danzatori, cantanti e i creatori del progetto sono ragazzi che vivono quotidianamente contornati dall’amore cattivo, che ne sono vittime direttamente od indirettamente; sono ragazzi che hanno trovato nel teatro, in Marco Baliani e nel progetto di AMREF Italia nella capitale keniota (Sconfiggere l’AIDS con il Teatro), una possibilità di salvezza ed accoglienza. Insieme al Teatro delle Briciole, con la straordinaria partecipazione di Paolo Fresu, musicista italiano di fama mondiale, di Mirto Baliani, anch’egli musicista e autore delle basi musicali dello spettacolo, e di Sonia Peana, violinista che nello spettacolo interpreta le sonorità rap e hip hop con uno strumento del 1803, Baliani ha costruito uno spettacolo con i ragazzi di strada che parli prima di tutto ai ragazzi di strada, che racconti a tutti l’Africa, le sue piaghe, che sono anche le nostre. “Penso che debba essere uno spettacolo per altri ragazzi come loro – ha detto Baliani - per tutti i giovani, perché l'Aids non è un problema che riguarda solo l'Africa. Il messaggio è che l'Aids non è una colpa ma una malattia, e come tale può essere curata e prevenuta”. Lo spettacolo ha debuttato a Roma il 1 dicembre al Teatro Vascello nell’ambito della Giornata Mondiale della lotta all’Aids, ed ha poi proseguito in altre città italiane, Genova, Parma, Prato, Fiorenzuola, Alcamo. Tutti i fondi raccolti sono stati destinati a sostenere i progetti per l’infanzia di AMREF.
Questo straordinario percorso ha portato gli artisti e i ragazzi coinvolti alla realizzazione di uno spettacolo dai toni grotteschi, a volte tragici a volte ironici, con un linguaggio divertito e divertente ma serio, che tratta temi delicati senza ipocrisie. La prevenzione, l’uso dei preservativi, la violenza e la discriminazione sessuale, la sieropositività, le lobbies farmaceutiche che impediscono un’adeguata distribuzione di farmaci anti-Hiv. La conoscenza di questi problemi e dei modi per prevenirli ha trovato nel teatro uno strumento di diffusione formidabile, per la forza delle immagini e di un linguaggio diretto e creativo. Lo spettacolo deve essere pensato soprattutto nel contesto africano. La versione per le scene italiane pur mantenendo la lingua originale, inglese e swaili con sovrattitoli, ha un finale e qualche scene differenti, perché differente è il pubblico a cui si rivolge. Su un palcoscenico africano è forse la prima volta che si vedono delle giovani donne, ragazzine nei canoni di crescita europei, che spiegano al pubblico come indossare un condom, i suoi benefici, la sua necessità. E’ la prima volta che una ragazza scende dal palco, ti racconta la sua storia tragica di morte e sofferenza legata al virus dell’HIV e ti regala infine un profilattico invitandoti ad usarlo alla prima occasione. Questo fanno le giovani attrici dell’Amore Buono: sfidano le ipocrisie, le ignoranze, i falsi miti e le perverse relazioni maschio-femmina da cui sono contornate. Sì, perché se lui estrae un profilattico allora significa che è infetto…se lo estrae lei allora è certamente una prostituta…sai che se fai l’amore con una vergine il virus ti abbandona? Sai che se spruzzi del limone sul pene dopo l’eiaculazione non contrai il virus? E’ contro queste dicerie, contro la fretta, l’incuranza, la rapina, la violenza che questi ragazzi combattono.
Il dramma dell’aids in Africa è la morte degli infetti, la solitudine dei parenti, dei figli, è il dramma e l’aridità di una società senza “cinghia di trasmissione”, senza anziani, senza saggezza, senza nessuno che raggiunga, sano, l’età dell’esperienza, che possa trasmettere tradizioni e saperi. Il percorso artistico ha aiutato i ragazzi a riscoprire un’infanzia negata, a vivere in una nuova famiglia, col sostegno materiale e psicologico degli esperti di AMREF, ad acquisire consapevolezza. Marco Baliani ha scritto un libro sull’esperienza dal titolo L’amore fra i ragazzi di strada di Nairobi in cui racconta il progetto teatrale, esplorando con sincerità e verità l’universo amoroso degli slum, la presenza e il terrore dell’Aids. Dalle pagine risuonano le voci di questi ragazzi e ragazze, ma il libro è anche un viaggio in un’Africa sconosciuta, bella e terribile, di un padre con suo figlio (Mirto): nel nord dell’Uganda tra i bambini soldato, nel sud del Sudan, dentro la Rift Valley. Il libro è pubblicato da Rizzoli, che di Baliani ha edito anche Corpo di Stato. Il delitto Moro (2003), Nel regno di Acilia (2004) e Pinocchio nero (2005), la cronaca del primo spettacolo realizzato con i ragazzi di strada di Nairobi. Proprio il successo europeo del meraviglioso Pinocchio Nero, in tour da due anni, ha dato ulteriore spinta e possibilità di diffusione del progetto sull’aids.
Al momento anche Letizia Quintavalla e Maria Maglietta sono impegnate in Africa con Amref in due nuovi progetti teatrali. Donne e Diritti è seguito da Letizia Quintavalla, che con un gruppo di bambine e adolescenti africane dal giugno scorso lavora al loro recupero ed alla loro espressione artistica. Lo si pensa incentrato sul canto ed i canoni della cultura musicale europea, mentre la drammaturgia dovrebbe essere il frutto della collaborazione con autori kenioti. Le ragazze coinvolte vivono situazioni drammatiche, in un ambiente dove la violenza sessuale è la normalità, dove la condizione della donna è segnata da assoluta mancanza di diritti. Dar voce all’immaginario nero è invece il viaggio nella fiaba africana di Maria Maglietta. L’obiettivo è restituire al pubblico ed all’Africa un pezzo del suo ricchissimo patrimonio narrativo spesso sconosciuto. Centrale sarà l’uso di maschere, di segni e del linguaggio della danza, con la partecipazione al workshop del danzatore di contact Piero Leccese.
La scelta di tutti questi artisti è certo ammirevole. Ma il punto come sempre in questi casi non è la lode, l’apologia, la santificazione. Il punto è capire lo scambio, i motivi professionali ed umani. In un incontro all’Università di Parma in occasione della replica al Teatro al Parco, Marco Baliani ha parlato del perché. Perché un attore e regista affermato decida o senta di dover lasciare tutto e di portarsi in Africa? La risposta può sembrare scontata ma il coraggio di ammetterla non lo è per nulla: nella miseria totale Baliani racconta di aver trovato il contatto con la sua arte, la necessità, l’importanza della sua professionalità artistica, il motivo del suo lavoro. Il Teatro povero in Italia, e in generale in occidente, è sempre stato e sempre rimarrà un teatro ideologico, perché povero un po’ per necessità ma soprattutto un po’ per scelta, in contrasto ad un altro settore di teatro, ricco e borghesemente felice di esserlo. In Africa il teatro è povero e basta. E’ povero perché non c’è altra alcuna, minima possibilità che esista un teatro diverso, per ora. E quando togli tutta la sovrastruttura, lavori sul nucleo, sui fondamenti della tua arte: ne riscopri il bisogno, quello che ne hai tu e quello che ne hanno gli altri e ti rendi capace, con fatica volontà e soddisfazione, di rispondere ad entrambi.
Il prossimo appuntamento con i ragazzi dell’Amore Buono sarà a Nairobi in gennaio: al Social Forum del 2007 porteranno il loro teatro, le loro esperienze e testimonianze. Con la speranza che la necessità del teatro sia una risposta per altri ragazzi come loro.
L’onlus AMREF è nata nel 1957 come una piccola fondazione con base a Nairobi, trasformandosi nel tempo in un’organizzazione di carattere internazionale, un fondamentale punto di riferimento per la salute e lo sviluppo dell’Africa Orientale. Lo staff è composto al 95% da professionisti africani, medici, esperti sanitari, educatori, formatori, assistenti sociali e ingegneri, che lavorano a stretto contatto con le comunità beneficiarie dei progetti. L’impegno contro l’Aids è presente in tutti i progetti, con programmi di educazione sanitaria e prevenzione, test dell’HIV nelle baraccopoli, operatori sociali per aiutare i sieropositivi discriminati dalla società. Dal 1998 è attivo il centro AMREF di Dagoretti, nei sobborghi di Nairobi, per l’accoglienza e il recupero dei ragazzi di strada. I laboratori teatrali sono uno dei tanti strumenti utilizzati dagli operatori sociali per il reinserimento dei ragazzi nella società. I soldi raccolti con la produzione teatrale saranno finanziamenti fondamentali per il nuovo centro in costruzione nella periferia di Nairobi, dove la comunità locale, ripete spesso Marco Baliani con orgoglio, ha chiesto come prima cosa di costruire un teatro. Per informazioni, approfondimenti, donazioni www.amref.it
CONDOM SENSE
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Joe: Oggi è il giorno, chi dice domani è un bugiardo.
La mia ragazza me l’ha promessa, veramente non posso aspettare;
prima passo dal mio amico Victor a chiedergli d’imprestarmi la casa
ma lui vuole insegnarmi a non fare sesso se non è protetto.
Victor: Come stai? Oggi voglio che tu impari ad usare il condom.
Non voglio che questa storia di giocare carne a carne ti uccida.
Così dobbiamo fare…
Joe: A che serve questa benedizione?
Non sono obbligato ad usare il “gommone”.
Come posso mangiare una caramella con la carta sopra?
Tutto quello che stai dicendo sono sciocchezze, ok?
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Victor: Perché ti arrabbi così, non ho niente contro di te.
Non voglio vederti infettato.
Puoi mandare giù il tuo orgoglio e ascoltare.
Rimpiangerai quando sarai disperato e malato.
Joe: Ok, fammi vedere, in fretta non voglio perdere tempo.
Victor: Ecco apri il pacchetto prendi il condom.
Joe: Aah, vai piano fammi vedere bene.
Victor: Ok, è necessario essere in erezione, significa essere pronto.
Devi prendere il pacchetto, aprirlo come una busta.
Mettilo dalla parte che ha il buco verso di te e poi fallo scendere.
Così ti proteggi contro le malattie sessualmente trasmissibili e dalle gravidanze non volute.
Hai capito?
Joe: non ancora però comincio ad avere un’idea.
Victor: non c’è problema, nel terzo verso ti spiego tutto.
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Victor: prendi il palloncino, prendi la busta, ma non hai ancora visto un condom?
Come sta andando ragazzo?
Sai che ci sono alcune cose che non si possono prendere alla leggera?
Comunque è facile, è come mettersi una giacca o un cappello sulla testa.
Come puoi andare a nuotare nel fiume Nyando senza avere il costume da bagno?
Soffriresti. Vuoi morire così presto?
Joe: va bene, ho capito andiamo, non sapevo che fosse così facile da usare.
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
L’Amore Buono – Una Ballata ai Tempi dell’Aids ha girato l’Italia in tour per tutto il mese di dicembre 2006: è uno spettacolo che parla di tutto questo, della vita a Nairobi, degli amori da proteggere, del teatro in una baraccopoli, anch’esso da proteggere, della tragedia della strada per migliaia di ragazzi africani, della speranza possibile per tutti i sieropositivi d’Africa (il 70 % del totale), e del mondo intero. Gli attori, danzatori, cantanti e i creatori del progetto sono ragazzi che vivono quotidianamente contornati dall’amore cattivo, che ne sono vittime direttamente od indirettamente; sono ragazzi che hanno trovato nel teatro, in Marco Baliani e nel progetto di AMREF Italia nella capitale keniota (Sconfiggere l’AIDS con il Teatro), una possibilità di salvezza ed accoglienza. Insieme al Teatro delle Briciole, con la straordinaria partecipazione di Paolo Fresu, musicista italiano di fama mondiale, di Mirto Baliani, anch’egli musicista e autore delle basi musicali dello spettacolo, e di Sonia Peana, violinista che nello spettacolo interpreta le sonorità rap e hip hop con uno strumento del 1803, Baliani ha costruito uno spettacolo con i ragazzi di strada che parli prima di tutto ai ragazzi di strada, che racconti a tutti l’Africa, le sue piaghe, che sono anche le nostre. “Penso che debba essere uno spettacolo per altri ragazzi come loro – ha detto Baliani - per tutti i giovani, perché l'Aids non è un problema che riguarda solo l'Africa. Il messaggio è che l'Aids non è una colpa ma una malattia, e come tale può essere curata e prevenuta”. Lo spettacolo ha debuttato a Roma il 1 dicembre al Teatro Vascello nell’ambito della Giornata Mondiale della lotta all’Aids, ed ha poi proseguito in altre città italiane, Genova, Parma, Prato, Fiorenzuola, Alcamo. Tutti i fondi raccolti sono stati destinati a sostenere i progetti per l’infanzia di AMREF.
Questo straordinario percorso ha portato gli artisti e i ragazzi coinvolti alla realizzazione di uno spettacolo dai toni grotteschi, a volte tragici a volte ironici, con un linguaggio divertito e divertente ma serio, che tratta temi delicati senza ipocrisie. La prevenzione, l’uso dei preservativi, la violenza e la discriminazione sessuale, la sieropositività, le lobbies farmaceutiche che impediscono un’adeguata distribuzione di farmaci anti-Hiv. La conoscenza di questi problemi e dei modi per prevenirli ha trovato nel teatro uno strumento di diffusione formidabile, per la forza delle immagini e di un linguaggio diretto e creativo. Lo spettacolo deve essere pensato soprattutto nel contesto africano. La versione per le scene italiane pur mantenendo la lingua originale, inglese e swaili con sovrattitoli, ha un finale e qualche scene differenti, perché differente è il pubblico a cui si rivolge. Su un palcoscenico africano è forse la prima volta che si vedono delle giovani donne, ragazzine nei canoni di crescita europei, che spiegano al pubblico come indossare un condom, i suoi benefici, la sua necessità. E’ la prima volta che una ragazza scende dal palco, ti racconta la sua storia tragica di morte e sofferenza legata al virus dell’HIV e ti regala infine un profilattico invitandoti ad usarlo alla prima occasione. Questo fanno le giovani attrici dell’Amore Buono: sfidano le ipocrisie, le ignoranze, i falsi miti e le perverse relazioni maschio-femmina da cui sono contornate. Sì, perché se lui estrae un profilattico allora significa che è infetto…se lo estrae lei allora è certamente una prostituta…sai che se fai l’amore con una vergine il virus ti abbandona? Sai che se spruzzi del limone sul pene dopo l’eiaculazione non contrai il virus? E’ contro queste dicerie, contro la fretta, l’incuranza, la rapina, la violenza che questi ragazzi combattono.
Il dramma dell’aids in Africa è la morte degli infetti, la solitudine dei parenti, dei figli, è il dramma e l’aridità di una società senza “cinghia di trasmissione”, senza anziani, senza saggezza, senza nessuno che raggiunga, sano, l’età dell’esperienza, che possa trasmettere tradizioni e saperi. Il percorso artistico ha aiutato i ragazzi a riscoprire un’infanzia negata, a vivere in una nuova famiglia, col sostegno materiale e psicologico degli esperti di AMREF, ad acquisire consapevolezza. Marco Baliani ha scritto un libro sull’esperienza dal titolo L’amore fra i ragazzi di strada di Nairobi in cui racconta il progetto teatrale, esplorando con sincerità e verità l’universo amoroso degli slum, la presenza e il terrore dell’Aids. Dalle pagine risuonano le voci di questi ragazzi e ragazze, ma il libro è anche un viaggio in un’Africa sconosciuta, bella e terribile, di un padre con suo figlio (Mirto): nel nord dell’Uganda tra i bambini soldato, nel sud del Sudan, dentro la Rift Valley. Il libro è pubblicato da Rizzoli, che di Baliani ha edito anche Corpo di Stato. Il delitto Moro (2003), Nel regno di Acilia (2004) e Pinocchio nero (2005), la cronaca del primo spettacolo realizzato con i ragazzi di strada di Nairobi. Proprio il successo europeo del meraviglioso Pinocchio Nero, in tour da due anni, ha dato ulteriore spinta e possibilità di diffusione del progetto sull’aids.
Al momento anche Letizia Quintavalla e Maria Maglietta sono impegnate in Africa con Amref in due nuovi progetti teatrali. Donne e Diritti è seguito da Letizia Quintavalla, che con un gruppo di bambine e adolescenti africane dal giugno scorso lavora al loro recupero ed alla loro espressione artistica. Lo si pensa incentrato sul canto ed i canoni della cultura musicale europea, mentre la drammaturgia dovrebbe essere il frutto della collaborazione con autori kenioti. Le ragazze coinvolte vivono situazioni drammatiche, in un ambiente dove la violenza sessuale è la normalità, dove la condizione della donna è segnata da assoluta mancanza di diritti. Dar voce all’immaginario nero è invece il viaggio nella fiaba africana di Maria Maglietta. L’obiettivo è restituire al pubblico ed all’Africa un pezzo del suo ricchissimo patrimonio narrativo spesso sconosciuto. Centrale sarà l’uso di maschere, di segni e del linguaggio della danza, con la partecipazione al workshop del danzatore di contact Piero Leccese.
La scelta di tutti questi artisti è certo ammirevole. Ma il punto come sempre in questi casi non è la lode, l’apologia, la santificazione. Il punto è capire lo scambio, i motivi professionali ed umani. In un incontro all’Università di Parma in occasione della replica al Teatro al Parco, Marco Baliani ha parlato del perché. Perché un attore e regista affermato decida o senta di dover lasciare tutto e di portarsi in Africa? La risposta può sembrare scontata ma il coraggio di ammetterla non lo è per nulla: nella miseria totale Baliani racconta di aver trovato il contatto con la sua arte, la necessità, l’importanza della sua professionalità artistica, il motivo del suo lavoro. Il Teatro povero in Italia, e in generale in occidente, è sempre stato e sempre rimarrà un teatro ideologico, perché povero un po’ per necessità ma soprattutto un po’ per scelta, in contrasto ad un altro settore di teatro, ricco e borghesemente felice di esserlo. In Africa il teatro è povero e basta. E’ povero perché non c’è altra alcuna, minima possibilità che esista un teatro diverso, per ora. E quando togli tutta la sovrastruttura, lavori sul nucleo, sui fondamenti della tua arte: ne riscopri il bisogno, quello che ne hai tu e quello che ne hanno gli altri e ti rendi capace, con fatica volontà e soddisfazione, di rispondere ad entrambi.
Il prossimo appuntamento con i ragazzi dell’Amore Buono sarà a Nairobi in gennaio: al Social Forum del 2007 porteranno il loro teatro, le loro esperienze e testimonianze. Con la speranza che la necessità del teatro sia una risposta per altri ragazzi come loro.
L’onlus AMREF è nata nel 1957 come una piccola fondazione con base a Nairobi, trasformandosi nel tempo in un’organizzazione di carattere internazionale, un fondamentale punto di riferimento per la salute e lo sviluppo dell’Africa Orientale. Lo staff è composto al 95% da professionisti africani, medici, esperti sanitari, educatori, formatori, assistenti sociali e ingegneri, che lavorano a stretto contatto con le comunità beneficiarie dei progetti. L’impegno contro l’Aids è presente in tutti i progetti, con programmi di educazione sanitaria e prevenzione, test dell’HIV nelle baraccopoli, operatori sociali per aiutare i sieropositivi discriminati dalla società. Dal 1998 è attivo il centro AMREF di Dagoretti, nei sobborghi di Nairobi, per l’accoglienza e il recupero dei ragazzi di strada. I laboratori teatrali sono uno dei tanti strumenti utilizzati dagli operatori sociali per il reinserimento dei ragazzi nella società. I soldi raccolti con la produzione teatrale saranno finanziamenti fondamentali per il nuovo centro in costruzione nella periferia di Nairobi, dove la comunità locale, ripete spesso Marco Baliani con orgoglio, ha chiesto come prima cosa di costruire un teatro. Per informazioni, approfondimenti, donazioni www.amref.it
CONDOM SENSE
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Joe: Oggi è il giorno, chi dice domani è un bugiardo.
La mia ragazza me l’ha promessa, veramente non posso aspettare;
prima passo dal mio amico Victor a chiedergli d’imprestarmi la casa
ma lui vuole insegnarmi a non fare sesso se non è protetto.
Victor: Come stai? Oggi voglio che tu impari ad usare il condom.
Non voglio che questa storia di giocare carne a carne ti uccida.
Così dobbiamo fare…
Joe: A che serve questa benedizione?
Non sono obbligato ad usare il “gommone”.
Come posso mangiare una caramella con la carta sopra?
Tutto quello che stai dicendo sono sciocchezze, ok?
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Victor: Perché ti arrabbi così, non ho niente contro di te.
Non voglio vederti infettato.
Puoi mandare giù il tuo orgoglio e ascoltare.
Rimpiangerai quando sarai disperato e malato.
Joe: Ok, fammi vedere, in fretta non voglio perdere tempo.
Victor: Ecco apri il pacchetto prendi il condom.
Joe: Aah, vai piano fammi vedere bene.
Victor: Ok, è necessario essere in erezione, significa essere pronto.
Devi prendere il pacchetto, aprirlo come una busta.
Mettilo dalla parte che ha il buco verso di te e poi fallo scendere.
Così ti proteggi contro le malattie sessualmente trasmissibili e dalle gravidanze non volute.
Hai capito?
Joe: non ancora però comincio ad avere un’idea.
Victor: non c’è problema, nel terzo verso ti spiego tutto.
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
Victor: prendi il palloncino, prendi la busta, ma non hai ancora visto un condom?
Come sta andando ragazzo?
Sai che ci sono alcune cose che non si possono prendere alla leggera?
Comunque è facile, è come mettersi una giacca o un cappello sulla testa.
Come puoi andare a nuotare nel fiume Nyando senza avere il costume da bagno?
Soffriresti. Vuoi morire così presto?
Joe: va bene, ho capito andiamo, non sapevo che fosse così facile da usare.
E’ così, usa “condom sense”
Per proteggerti dal virus assassino.
Sì, usa usa “condom sense”, usa il profilattico, è il modo giusto.
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RECENSIONE - L'AMORE BUONO DI MARCO BALIANI
API, SCARABEI E UOMINI VOLANTI
In un famoso testo degli anni ’80 sulla teoria della performance, Richard Schechner riflette sul proprium teatrale del mondo animale e per farlo analizza e descrive la meravigliosa danza delle api ballerine, un esempio di perfetta sincronia e coordinazione inapprese ma scritte geneticamente nel loro dna. Anni prima, nel 1929, Nicolaj Evreinov aveva pubblicato Il Teatro nella Vita, in cui il regista e teatrologo russo si soffermava sul mondo animale e la sua spettacolarità: le api sono anche qui descritte come creature con una forte vocazione teatrale. Ancor prima, nel 1901, il premio nobel belga Maurice Maeterlinck, anch’egli innamorato della poesia e del simbolismo dei comportamenti di questi insetti, compose un trattato sulla loro vita: La Vie des Abeilles. Oggi, James Thierrée e la sua Compagnie du Hanneton, da lui fondata nel 1998, hanno costruito a partire da un capitolo di questo trattato, precisamente Il massacro dei maschi, uno spettacolo eccezionale che, partendo dal mondo animale arriva a far emergere l’innata teatralità dell’uomo e le sue le incredibili potenzialità, nei corpi, nelle percezioni, nelle immaginazioni. La Veille des Abysses ha già toccato molte città europee, ha incantato pubblici di molte nazionalità; il breve tour italiano ha eccezionalmente e significativamente visitato il Teatro Due di Parma ed il Teatro Verdi di Firenze, tenendosi lontano dai centri teatrali più importanti, dai palazzetti dello sport e dai pala-congressi, esprimendo le nuove e grandi potenzialità della “periferia”, lontano soprattutto da quell’espressione del nuovo circo francese (franco-canadese) che spettacolarizza molto e inventa poco.
In scena cinque personaggi in cerca d’autore, un gruppo di eccezionali singolarità artistiche che creano una coralità straordinaria, dei duetti meravigliosi, degli assoli mirabili: Uma Ysamat, soprano spagnolo, capace di un’ironia e una versatilità comicissima; Raphaelle Boitel, giovane contorsionista francese che sembra essere fatta di un materiale non terrestre, sembra non avere resistenze, densità, peso; Thiago Martins, capoeirsta ed acrobata brasiliano che vola e porta il suo corpo nello spazio ignorandone, o meglio dimenticandone, sfidandone gravità, equilibrio e direzioni; il danzatore svedese Niklas Ek, la cui espressività fisica e facciale va molto oltre la parola e la cui naturale ironia è supportata da una tecnica mirabile; James stesso, acrobata e performer, musicista, regista e danzatore, che ha fatto del suo corpo uno strumento di precisione, comicità, emozione in continua, fluida trasformazione. Interpreti fantastici, perché figure di sogno, e bravissimi, alla ricerca di una storia, di una drammaturgia, della loro biografia, costruendo e decostruendo scene, oggetti, corpi. Personaggi in cerca d’autore di pirandelliana memoria, padroni della dimensione meta-teatrale quanto i protagonisti del dramma italiano, tenendosi sempre sul sottile filo dell’ironia, del paradosso, portando in scena sé stessi ma amplificando alla massima potenza il loro essere.
Della lotta delle api iniziale è rimasto apparentemente poco: un anagramma nel titolo e la battaglia contro un nemico invisibile; ma a guardar bene è nella sincronia dei movimenti, nella loro perfezione, nei voli, nelle elevazioni e nei corpi senza scheletro, molli, plasmabili, elastici, che emerge con potenza l’istinto, la naturale ed animale teatralità degli interpreti. Pare che della pesante ossatura umana sia rimasto poco o niente, pare attingano ad un’innata capacità spettacolare che risvegliata, sollecitata e protetta li ha portati direttamente alle profonde comuni radici animali, a quel punto di congiunzione, anche con che le api, lontano, coperto da strati e strati di evoluzione. Il tutto all’interno di una scatola magica, di una dimensione onirica, fatta di barocchi cucù-copricapo, ruote enormi e praticabili, divani mangia-uomini e sedie scivolosissime, pianoforti smontabili, sedie a dondolo, giradischi inceppati... I cinque personaggi mentre cercano se stessi raccontano al pubblico chi e cosa è un essere umano, come archeologi o antropologi, paleontologi, loro stessi referti senza ossa di antiche vestigia. Non c’è un messaggio, non c’è una morale, solo la risposta al semplice, atavico e intenso bisogno di raccontare e farsi raccontare delle storie. In questo campo il teatro, dice Thierrée, ha un vantaggio di migliaia di anni rispetto a cinema e tv. Ha un’efficacia rituale, un’eluttabilità e un’impellenza che ne moltiplicano l’intensità. Come un sogno, come un’opera di Magritte o Dalì, La Veille des Abysses è una successione di visioni, di opere d’arte che prendono vita, un’onirica composizione di teatro, danza, nuovo circo, acrobazie, musica…la cornice poetica è fatta di libri antichi, mobili e suppellettili vittoriani, cancelli, enormi strutture volanti a cui appendersi, da cui penzolare, di piccoli oggetti più o meno quotidiani che potenzialmente possono essere tutto. I costumi, curati da Victoria Chaplin, madre di James e figlia di Charlot, sono al tempo stesso poetici e funzionali, strumenti con cui giocare e costruire le scene ma anche elementi artistici fondamentali per l’ambientazione decadente, ironica e surreale. In una garconiere d’altri tempi, i cinque personaggi si scontrano e incontrano continuamente, tra di loro e con gli oggetti in scena: sono obbligati a trovare delle soluzioni, soluzioni che modificano e trasformano la scena e tutto ciò che essa contiene. Un divano che inghiotte chi si siede, che ne sputa fuori il corpo, viene affrontato in tutti i modi e da tutti i lati; un cancello è un ingresso, attraverso cui passare arrampicandosi, scivolando tra le sbarre, entrando con una parola d’ordine fatta di braccia e gambe, gesti precisissimi e compulsivi. In una storia un po’ d’amore un po’ no, perché le interpretazioni sono milioni, come milioni le possibilità immaginative della nostra mente. L’incontro e lo scontro poi avviene anche in se stessi, dentro il proprio corpo: Thierrée si sdoppia, schizofreneticamente diviso in due, con una metà del corpo che lo tira da una parte e l’altra metà dall’altra, diviso in senso verticale…si sdoppia con il busto che lo sostiene forte e stabile e le gambe che scivolano, perdono l’equilibrio e l’appoggio, scisso questa volta in senso orizzontale. Ci si scontra con un giornale, impazzendo per sfogliarlo, ci si scontra con un piano forte, con la propria voce, che manca, torna e tradisce a volte. E ogni personaggio ha un modo diverso di affrontare la ricomposizione, di trovare delle soluzioni, ognuno con le sue doti artistiche, con la sua tecnica, ognuno a far saltare il lucchetto della nostra immaginazione con la propria personale chiave.
Per più di un’ora si è investiti da una tempesta, che inizia soffiando via gli attori e prosegue facendoli carambolare e volare sulle teste della platea, spiazzandone le percezioni, appagandole tutte, non trascurando ed anzi premiando l’intelligenza e l’ironia del pubblico. Si prende sé stessi, il proprio dolore e le proprie debolezze e se ne fa risata e bellezza intense, come pensava lo stesso Charlie Chaplin. Una formula tanto semplice quanto preziosa. Una risata che ha il gusto forte dello straordinario, una risata che sta tra lo stupore e la gioia di esserci, di essere lì ad assistere ad una tale magia. I motivi che portano il pubblico a teatro sono tanti, di varia natura, personali, collettivi, culturali e biologici, il teatro ha ragioni che superano la ragione. Ad assistere a questo spettacolo ci si va per tutte quelle ragioni, e tra queste soprattutto per il divertimento: per il riso, per la fascinazione e per essere portati via, dis-vertiti, per essere condotti in un altro mondo, bellissimo, poetico, magico e incredibilmente vivido, in ogni suo dettaglio. La prossima occasione di vedere la Compagnie du Hannetton sarà tra un mese, portata downunder dal vento che gonfia la vela finale: approderà a Sydney, Australia, dall’8 al 22 gennaio per il Festival che animerà la città di numerosi e interessanti eventi di diverso genere.
BIOGRAFIA:
Il suo paese d’origine è il teatro; è nato in Svizzera nel 1974 ma ha vissuto un po’ ovunque. A quattro anni le sue gambe e i suoi piedi correvano svelti sul palco e poi dietro le quinte, sbucando fuori da una valigia portata in scena dal padre e lasciando il pubblico stupito e divertito. Figlio nipote e bisnipote d’arte, James Thiérrée è nato sul palco. Sua madre è Victoria Chaplin, suo nonno Charlie Chaplin, il suo trisavolo lo scrittore e drammaturgo Eugene O’Neill, suo padre è Jean Baptiste Thiérrée, fondatore con la madre del Cirque Immaginaire e poi Invisible. Con loro vive in scena, incontra gruppi di teatro diversi, esperienze artistiche varie; si forma come attore, musicista e come acrobata attingendo dai saperi che incontra sulla sua strada, fermandosi per poco alla Theatre School di Harvard a Boston, al Piccolo di Milano, a Parigi lavorando con Isabelle Sadoyan. Numerose le esperienze da interprete, teatrali e cinematografiche, con Benno Besson, Peter Greenaway, Maurizio Nichetti, Bob Wilson e molti altri. Nel 1998 fonda la sua compagnia e la chiama Du Hanneton, cioè “dello scarabeo volante”, a riprova di quanto l’immaginario animale, specialmente con un esoscheletro, sia per lui affascinante e fonte di grande ispirazione. Lavora sull’inconscio, l’improvvisazione e su quello di cui non è possibile prevedere la fine, dice. Ama l’incertezza, i paradossi, gli enigmi fisici, tutto ciò che sorprende la percezione e le aspettative. La Veillée des Abysses è la sua seconda creazione, il primo spettacolo anch’esso di grande successo internazionale fu La symphonie du hanneton.
In scena cinque personaggi in cerca d’autore, un gruppo di eccezionali singolarità artistiche che creano una coralità straordinaria, dei duetti meravigliosi, degli assoli mirabili: Uma Ysamat, soprano spagnolo, capace di un’ironia e una versatilità comicissima; Raphaelle Boitel, giovane contorsionista francese che sembra essere fatta di un materiale non terrestre, sembra non avere resistenze, densità, peso; Thiago Martins, capoeirsta ed acrobata brasiliano che vola e porta il suo corpo nello spazio ignorandone, o meglio dimenticandone, sfidandone gravità, equilibrio e direzioni; il danzatore svedese Niklas Ek, la cui espressività fisica e facciale va molto oltre la parola e la cui naturale ironia è supportata da una tecnica mirabile; James stesso, acrobata e performer, musicista, regista e danzatore, che ha fatto del suo corpo uno strumento di precisione, comicità, emozione in continua, fluida trasformazione. Interpreti fantastici, perché figure di sogno, e bravissimi, alla ricerca di una storia, di una drammaturgia, della loro biografia, costruendo e decostruendo scene, oggetti, corpi. Personaggi in cerca d’autore di pirandelliana memoria, padroni della dimensione meta-teatrale quanto i protagonisti del dramma italiano, tenendosi sempre sul sottile filo dell’ironia, del paradosso, portando in scena sé stessi ma amplificando alla massima potenza il loro essere.
Della lotta delle api iniziale è rimasto apparentemente poco: un anagramma nel titolo e la battaglia contro un nemico invisibile; ma a guardar bene è nella sincronia dei movimenti, nella loro perfezione, nei voli, nelle elevazioni e nei corpi senza scheletro, molli, plasmabili, elastici, che emerge con potenza l’istinto, la naturale ed animale teatralità degli interpreti. Pare che della pesante ossatura umana sia rimasto poco o niente, pare attingano ad un’innata capacità spettacolare che risvegliata, sollecitata e protetta li ha portati direttamente alle profonde comuni radici animali, a quel punto di congiunzione, anche con che le api, lontano, coperto da strati e strati di evoluzione. Il tutto all’interno di una scatola magica, di una dimensione onirica, fatta di barocchi cucù-copricapo, ruote enormi e praticabili, divani mangia-uomini e sedie scivolosissime, pianoforti smontabili, sedie a dondolo, giradischi inceppati... I cinque personaggi mentre cercano se stessi raccontano al pubblico chi e cosa è un essere umano, come archeologi o antropologi, paleontologi, loro stessi referti senza ossa di antiche vestigia. Non c’è un messaggio, non c’è una morale, solo la risposta al semplice, atavico e intenso bisogno di raccontare e farsi raccontare delle storie. In questo campo il teatro, dice Thierrée, ha un vantaggio di migliaia di anni rispetto a cinema e tv. Ha un’efficacia rituale, un’eluttabilità e un’impellenza che ne moltiplicano l’intensità. Come un sogno, come un’opera di Magritte o Dalì, La Veille des Abysses è una successione di visioni, di opere d’arte che prendono vita, un’onirica composizione di teatro, danza, nuovo circo, acrobazie, musica…la cornice poetica è fatta di libri antichi, mobili e suppellettili vittoriani, cancelli, enormi strutture volanti a cui appendersi, da cui penzolare, di piccoli oggetti più o meno quotidiani che potenzialmente possono essere tutto. I costumi, curati da Victoria Chaplin, madre di James e figlia di Charlot, sono al tempo stesso poetici e funzionali, strumenti con cui giocare e costruire le scene ma anche elementi artistici fondamentali per l’ambientazione decadente, ironica e surreale. In una garconiere d’altri tempi, i cinque personaggi si scontrano e incontrano continuamente, tra di loro e con gli oggetti in scena: sono obbligati a trovare delle soluzioni, soluzioni che modificano e trasformano la scena e tutto ciò che essa contiene. Un divano che inghiotte chi si siede, che ne sputa fuori il corpo, viene affrontato in tutti i modi e da tutti i lati; un cancello è un ingresso, attraverso cui passare arrampicandosi, scivolando tra le sbarre, entrando con una parola d’ordine fatta di braccia e gambe, gesti precisissimi e compulsivi. In una storia un po’ d’amore un po’ no, perché le interpretazioni sono milioni, come milioni le possibilità immaginative della nostra mente. L’incontro e lo scontro poi avviene anche in se stessi, dentro il proprio corpo: Thierrée si sdoppia, schizofreneticamente diviso in due, con una metà del corpo che lo tira da una parte e l’altra metà dall’altra, diviso in senso verticale…si sdoppia con il busto che lo sostiene forte e stabile e le gambe che scivolano, perdono l’equilibrio e l’appoggio, scisso questa volta in senso orizzontale. Ci si scontra con un giornale, impazzendo per sfogliarlo, ci si scontra con un piano forte, con la propria voce, che manca, torna e tradisce a volte. E ogni personaggio ha un modo diverso di affrontare la ricomposizione, di trovare delle soluzioni, ognuno con le sue doti artistiche, con la sua tecnica, ognuno a far saltare il lucchetto della nostra immaginazione con la propria personale chiave.
Per più di un’ora si è investiti da una tempesta, che inizia soffiando via gli attori e prosegue facendoli carambolare e volare sulle teste della platea, spiazzandone le percezioni, appagandole tutte, non trascurando ed anzi premiando l’intelligenza e l’ironia del pubblico. Si prende sé stessi, il proprio dolore e le proprie debolezze e se ne fa risata e bellezza intense, come pensava lo stesso Charlie Chaplin. Una formula tanto semplice quanto preziosa. Una risata che ha il gusto forte dello straordinario, una risata che sta tra lo stupore e la gioia di esserci, di essere lì ad assistere ad una tale magia. I motivi che portano il pubblico a teatro sono tanti, di varia natura, personali, collettivi, culturali e biologici, il teatro ha ragioni che superano la ragione. Ad assistere a questo spettacolo ci si va per tutte quelle ragioni, e tra queste soprattutto per il divertimento: per il riso, per la fascinazione e per essere portati via, dis-vertiti, per essere condotti in un altro mondo, bellissimo, poetico, magico e incredibilmente vivido, in ogni suo dettaglio. La prossima occasione di vedere la Compagnie du Hannetton sarà tra un mese, portata downunder dal vento che gonfia la vela finale: approderà a Sydney, Australia, dall’8 al 22 gennaio per il Festival che animerà la città di numerosi e interessanti eventi di diverso genere.
BIOGRAFIA:
Il suo paese d’origine è il teatro; è nato in Svizzera nel 1974 ma ha vissuto un po’ ovunque. A quattro anni le sue gambe e i suoi piedi correvano svelti sul palco e poi dietro le quinte, sbucando fuori da una valigia portata in scena dal padre e lasciando il pubblico stupito e divertito. Figlio nipote e bisnipote d’arte, James Thiérrée è nato sul palco. Sua madre è Victoria Chaplin, suo nonno Charlie Chaplin, il suo trisavolo lo scrittore e drammaturgo Eugene O’Neill, suo padre è Jean Baptiste Thiérrée, fondatore con la madre del Cirque Immaginaire e poi Invisible. Con loro vive in scena, incontra gruppi di teatro diversi, esperienze artistiche varie; si forma come attore, musicista e come acrobata attingendo dai saperi che incontra sulla sua strada, fermandosi per poco alla Theatre School di Harvard a Boston, al Piccolo di Milano, a Parigi lavorando con Isabelle Sadoyan. Numerose le esperienze da interprete, teatrali e cinematografiche, con Benno Besson, Peter Greenaway, Maurizio Nichetti, Bob Wilson e molti altri. Nel 1998 fonda la sua compagnia e la chiama Du Hanneton, cioè “dello scarabeo volante”, a riprova di quanto l’immaginario animale, specialmente con un esoscheletro, sia per lui affascinante e fonte di grande ispirazione. Lavora sull’inconscio, l’improvvisazione e su quello di cui non è possibile prevedere la fine, dice. Ama l’incertezza, i paradossi, gli enigmi fisici, tutto ciò che sorprende la percezione e le aspettative. La Veillée des Abysses è la sua seconda creazione, il primo spettacolo anch’esso di grande successo internazionale fu La symphonie du hanneton.
FIGURE 2007
Gordon Craig pensava che fosse necessario che tutti gli attori morissero di peste per salvare il teatro e che il teatro non potesse essere una forma d’arte perché la sua materia prima, l’essere umano, era imperfetto, emotivo, soggettivo. Auspicava l’avvento di un attore Super – Marionetta, che come un burattino eseguisse ordini impartiti dall’alto, dal regista-mangiafuoco. Oggi possiamo dire che l’attore ha superato la dura lotta per l’affermazione e la legittimazione della propria arte, ma se come una guerra si vuole vederla, c’è ancora nel panorama teatrale un piccolo esercito che lotta per la sopravvivenza, una frangia ribelle, coloratissima, che ha dalla sua pubblici d’ogni genere, età e cultura…nel mondo contemporaneo la marionetta, il burattino, il pupazzo aspirano ad essere Super – Attori, senza però perdere le proprie caratteristiche, le affascinanti ed antiche peculiarità del teatro d’animazione. L’armata delle cosiddette “figure” è oggi un teatro “di resistenza”, che ha bisogno dello scontro e del confronto con il suo “nemico” in carne ed ossa, che ne è mossa ed animata, ma che riesce ad emanciparsi dalla dittatura della carne grazie ad artigianati ed saperi scenici antichi ed all’agilità delle sue forme. Il teatro d’animazione è un genere trasversale, fatto a sua volta da altri generi, per tutte le età, tutti gli strati culturali, fatto di localismi, di piccoli gruppi, di sfavillanti esempi di tecnica, frutto di civiltà alte e passate, ma che vive nella modernità e nel mercato globale, che sa partecipare delle avanguardie sceniche, che sa mantenere la propria specificità pur lasciandosi contaminare ed influenzare. In questo scenario di lotte intestine il 13 gennaio 2007 al Teatro al Parco sarà dato spazio ad una singolar tenzone che vedrà schierato in campo il meglio, l’ala eroica del Teatro d’Animazione, quella con armi più originali ed acuminate. Il teatro delle Briciole, Il Castello dei Burattini ed il Comune di Parma, con la sponsorizzazione del Consorzio del Prosciutto di Parma, cortese approvvigionatore della lunga serata, hanno infatti organizzato nella giornata di festa del Santo Patrono della città, una notte interamente dedicata al Teatro di Figura, dalle 18fino alle ore più piccole, in una non stop composta da eventi diversi tra loro per genere, sapore, età, tono… Figure vuole essere per il pubblico e per i suoi protagonisti non solo un momento di ribalta e rivalsa ma anche un nuovo modi di essere del e nel Teatro: una trasmissione di vita a oggetti, ombre, stoffe e legni, in spazi in cui di vita solitamente ne rimane poca e per breve tempo. Il tempo ed il luogo tradizionali della rappresentazione verranno infranti, le unità aristoteliche ignorate e gli spazi del teatro verranno vissuti in modo nuovo, in un tempo lungo. Perché ci sia incontro vero, perché il teatro sia un luogo in cui stare, per un po’, incontrarsi, conoscere, incuriosirsi, trattenersi. Sia essendo adulti che essendo piccini, insieme finchè non sorge la luna. Il 13 gennaio dunque in una serrata successione e sovrapposizione di spettacoli, eventi, film, performances, sorprese, discussioni, i protagonisti saranno tutti animati, nel pubblico e nella baracca. Le 10 creazioni prodotte in diversi linguaggi scenici legheranno l’arte popolare, l’artigianato e la cultura più edotta, incroceranno tradizioni, nazioni e regioni. A metà tra un Happening ed un Festival, questa nuova forma di Notte Curiosa, non bianca ma illuminata fino al mattino, prende le mosse dalla felice esperienza della Notte di Resistenza Teatrale promossa dal Teatro delle Briciole lo scorso anno. Figure sarà la prima nuova nottata del 2007, l’8 marzo ne seguirà una analoga dedicata al mondo femminile. Gli eventi proposti nazionali ed internazionali sono di altissimo pregio e prestigio. Tra tutti spicca lo spettacolo del maestro cinese Yeung Fai, prodotto dal TJP di Strasburgo. Fai, figlio di 5 generazioni di marionettisti, riporta sulla scena in tutto il suo poetico simbolismo e la sua straordinaria energia l’Opera di Pechino, con ogni minimo dettaglio. Uno spettacolo fatto di brevi scene tratte dalla tradizione cinese rese attraverso musica, sfavillanti costumi e trucchi, mosse di danza ed acrobatica magistralmente fatte eseguire alle marionette dal maestro che riproducono anche tutti i caratteri dell’opera cinese. Eroismo, animalità, divinità, un’atmosfera antica, il tutto reso grazie ad una padronanza tecnica che viene da lontano, da un altro continente e da un altro tempo. Solo in scena dietro ad una tavola – castelletto, Fai fa compiere alle sue marionette perfette prodezze, degne dell’arte attorica originale a cui si ispirano. Francofoni sono poi i divertentissimi e geniali “pupazzi pensionati” dei belgi Tof Theatre: vecchi bacucchi pupazzoni a grandezza naturale che offriranno al pubblico aiuto, conforto, biglietti, un aperitivo, sorprese d’ogni sorta e risate. Anziani bigliettai, maschere, baristi, personale di servizio, si confonderanno in mezzo al pubblico e lo animeranno della stessa comica vita che i loro inventori gli infondono. Degli stessi belgi è l’Intermezzo Erotico tratto da “Les zakouskis erotiques”: due piece di 20 minuti per 50 spettatori “Monsieur et madame beaurestes” e “Leon fait son spectacle”, testo, regia e scene di Alain Moreau. Gli spettatori si ritroveranno complici di due marionette voieurs che spiano i loro vicini di casa nei momenti piu intimi della vita di coppia. Perché la carne è debole ma forse il legno, la plastilina e la gommapiuma ancora di più. Dall’Australia e con un’opera eccezionale, arriverà Neville Tranter, notissimo protagonista del Teatro di Figura, che a questa nottata sarà presente con un lungometraggio tratto da un suo celebre spettacolo. Una produzione del 1990 dello Stuffed Puppet Theatre, “I sette peccati capitali” ha per protagonista lo stesso Tranter nella parte di Faust e Belzebù, altri attori in carne ed ossa nei ruoli dei vari personaggi e grotteschi pupazzi che interpretano i peccati capitali. Gli italiani presenti sono anche loro pilastri della tradizione del Teatro di Figura. I Piccoli Suicidi di e con Gyula Molnar è un classico geniale, uno spettacolo storico che non smette di affascinare nella sua poetica semplicità, nella sua nuda piccola dimensione di teatro d’oggetti: un attore che dà vita ad un alka seltzer, ad un chicco di caffè, ad un fiammifero...basta questo e si viene rapiti e divertiti in modo sorprendente. Giorgio Gabrielli con il suo baule delle meraviglie racconterà a bambini ed adulti storie d’animali e d’amicizie, in cui saranno le ombre, gli oggetti, i pupazzi a creare la scena ispirata alle Favole di Federico di Leo Linoni. Sarà sempre Gabrielli ad accompagnare il maestro Paolo Conte in giro per il teatro, al pianoforte e sulle gambe del pubblico, stringendo le mani dei fans e strimpellando noti motivi di successo. Una parodia esilarante ed una impressionante somiglianza con l’originale piemontese in un micro concerto originalissimo. Sarà poi Gaspare Nasuto, grandioso interprete di Pulcinella, a vedersela in una sfida a scacchi con la morte in “Se77e” ispirato al Settimo Sigillo di Bergman, vincitore del premio Eolo Award 2006 come miglior spettacolo teatrale, una produzione dell’Associazione Pulcinella di Mare. Nasuto è un fine conoscitore ed interprete della tradizione orale delle guaratelle ma anche un sottile ed originale amante dell’innovazione. Pulcinella reduce combattente, rientra a casa dopo anni di guerra con la sola speranza di riabbracciare moglie e figlio, ma in casa ad attenderlo trova la Morte e una scacchiera su cui viene sfidato a giocare con Lei una partita. In palio naturalmente c’è la vita, la salvezza. Pulcinella però ha molte risorse e il finale d’effetto non gli riserva lo stesso destino spettato al corrispettivo Antonius Block. Gigio Brunello porterà invece in scena uno spettacolo creato con Gyula Molnar, vincitore del Premio della Critica 2002 dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro. Macbeth all’improvviso è un dramma in due atti per burattini “in rivolta” tratto da William Shakespeare. Il burattinaio è all’inizio costretto ad annunciare al pubblico che il dramma programmato non andrà in scena a causa di problemi con “l’organico”. Anziché portare in scena Macbeth dunque verrà recitata una commedia inedita di Carlo Goldoni, L’Emigrante Geloso, utilizzando le maschere della commedia dell’arte. Arlecchino però guida i suoi alla rivolta e procede ad una personale riedizione dell’originale scespiriano. Infine sarà programmato anche un incontro con Giuliano Scabia, uomo di teatro e cattedratico ed esperto-appassionato di Teatro di Figura che si confronterà con il critico teatrale Renato Palazzi in un incontro intitolato “Tremito del teatro di figura” in cui il Prof. Scabia offrirà al pubblico anche un omaggio inedito della sua Commedia Armoniosa.
Per il programma completo, orari, titoli, biglietti e costi si veda il sito del teatro www.briciole.it
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PRESENTAZIONE - NOTTE DI FIGURE GENNAIO 2007
LA TELA DELRAGNO IAGO
Al Teatro del Tempo il multiforme Latini prende le sembianze di Iago, e Iago le sue, facendosi attore.
“Con una sottile tela di ragno riuscirò ad acchiappare un moscone” (Otello, atto II scena 1). Dal 16 al 18 marzo alle ore 21 al Teatro del Tempo va in scena Iago, spettacolo di e con Roberto Latini, con le musiche originali Gianluca Misiti, la scena Pierpaolo Fabrizio, le luci e la direzione tecnica Max Mugnai, la direzione di scena Dario Palombo, una produzione Fortebraccio Teatro Roma in collaborazione con il Gruppo Libero_Teatro San Martino di Bologna. Va in scena il dramma di Iago, un dramma della parola, in cui la celebre tragedia scespiriana rivive secondo un inedito punto di vista, quello di Iago appunto. La nuova prosettiva confonde i piani, la nuova angolatura sovrappone le dimensioni: performer e personaggio coincidono, il protagonista e chi lo interpreta sono entrambi artisti della finzione. Roberto Latini, straordinario attore dalla presenza e dalla voce magnetiche, riporta al pubblico uno spettacolo creato 10 anni fa (nel 1998 premio della giuria tecnica e premio della giuria popolare alla I edizione del Premio Nazionale per Nuove Proposte Teatrali “Sergio Torresani”, del Centro di Ricerca Teatrale di Cremona); una riscrittura che riaccade in seguito ad esperienze artistiche intense, ad un percorso, "radiovisioni" (Per Ecuba, Ubu incatenato), che per lungo tempo lo ha impegnato in una ricerca sull’amplificazione, non solo vocale e sonora ma anche fisica e visiva, del corpo in scena. Seguendo la recita che Iago mette in scena per tessere la sua ragnatela ed accalappiare il suo moscone, ne attraversiamo le ragioni intime, ne estrapoliamo la persona, ne ascoltiamo la voce, l’unica voce possibile per tutte le parti del dramma. Iago, condannato al dramma ed al piacere dell’inganno, della finzione, non ha azioni; ha una scena nuda, scarnificata, piena del suo essere attore; non fa nulla ma dice, modula, racconta, analizza e muove i fili, di tutti. I suoi silenzi sono produttivi ed artificiosi più di qualunque detto, riempiono la scena più di qualunque oggetto e fondale. Di radiovisioni, delle tecniche digitali, della capture motion, rimane solo un microfono attraverso cui passa la voce di Iago-Latini per farsi Otello o Desdemona. La trama, la tessitura di Iago nei suoi passaggi drammaturgici, passa in secondo piano in questa nuova edizione del dramma, perché ciò che importa è il performer, il fattore immobile, la sua recita, il suo essere spettatore di se stesso. A giugno debutterà Nnord, spettacolo con cui, dice Latini, il percorso di ricerca scenica si sposterà dalle modalità ai contenuti, da un’attenzione al come al cosa, passando anche per il transito di questo Iago 2007.
“Con una sottile tela di ragno riuscirò ad acchiappare un moscone” (Otello, atto II scena 1). Dal 16 al 18 marzo alle ore 21 al Teatro del Tempo va in scena Iago, spettacolo di e con Roberto Latini, con le musiche originali Gianluca Misiti, la scena Pierpaolo Fabrizio, le luci e la direzione tecnica Max Mugnai, la direzione di scena Dario Palombo, una produzione Fortebraccio Teatro Roma in collaborazione con il Gruppo Libero_Teatro San Martino di Bologna. Va in scena il dramma di Iago, un dramma della parola, in cui la celebre tragedia scespiriana rivive secondo un inedito punto di vista, quello di Iago appunto. La nuova prosettiva confonde i piani, la nuova angolatura sovrappone le dimensioni: performer e personaggio coincidono, il protagonista e chi lo interpreta sono entrambi artisti della finzione. Roberto Latini, straordinario attore dalla presenza e dalla voce magnetiche, riporta al pubblico uno spettacolo creato 10 anni fa (nel 1998 premio della giuria tecnica e premio della giuria popolare alla I edizione del Premio Nazionale per Nuove Proposte Teatrali “Sergio Torresani”, del Centro di Ricerca Teatrale di Cremona); una riscrittura che riaccade in seguito ad esperienze artistiche intense, ad un percorso, "radiovisioni" (Per Ecuba, Ubu incatenato), che per lungo tempo lo ha impegnato in una ricerca sull’amplificazione, non solo vocale e sonora ma anche fisica e visiva, del corpo in scena. Seguendo la recita che Iago mette in scena per tessere la sua ragnatela ed accalappiare il suo moscone, ne attraversiamo le ragioni intime, ne estrapoliamo la persona, ne ascoltiamo la voce, l’unica voce possibile per tutte le parti del dramma. Iago, condannato al dramma ed al piacere dell’inganno, della finzione, non ha azioni; ha una scena nuda, scarnificata, piena del suo essere attore; non fa nulla ma dice, modula, racconta, analizza e muove i fili, di tutti. I suoi silenzi sono produttivi ed artificiosi più di qualunque detto, riempiono la scena più di qualunque oggetto e fondale. Di radiovisioni, delle tecniche digitali, della capture motion, rimane solo un microfono attraverso cui passa la voce di Iago-Latini per farsi Otello o Desdemona. La trama, la tessitura di Iago nei suoi passaggi drammaturgici, passa in secondo piano in questa nuova edizione del dramma, perché ciò che importa è il performer, il fattore immobile, la sua recita, il suo essere spettatore di se stesso. A giugno debutterà Nnord, spettacolo con cui, dice Latini, il percorso di ricerca scenica si sposterà dalle modalità ai contenuti, da un’attenzione al come al cosa, passando anche per il transito di questo Iago 2007.
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